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Lucca, libreria chiusa dopo 200 anni di storia. Il titolare: «Era impossibile andare avanti così»
L’attività nata in via Fillungo si è arresa per i costi diventati insostenibili
LUCCA. Quando fu fondata nel 1812 le stanze si dovevano illuminare con le lampade a olio. Lo stesso per i lampioni fuori, quando la sera scendeva su Lucca mentre il rumore delle carrozze sferragliava sulla strada e dentro si stampava ancora a caratteri mobili. Cose che hanno ceduto il passo alla corrente elettrica, alle automobili, alle stampanti. Lei però era rimasta sempre lì. Per oltre duecento anni il paesaggio fuori è cambiato, le persone con i loro desideri e richieste sono andati e venuti. La libreria Baroni di Lucca no. Certo, si è trasferita un paio di volte. È normale in due secoli di storia.
La sede storica era nella centralissima via Fillungo, fino al 1988. Poi, visto l’affitto improponibile, in via San Paolino e infine, dal 2010, in via San Frediano. «Della prima sede è rimasta ancora fuori la vetrina. Ora però c’è una catena d’abbigliamento», dice con amarezza dall’altro lato della cornetta Cristiano Alberti, 54 anni, ultimo titolare della storica libreria. L’anno scorso la scelta obbligata di abbassare la serranda per l’ultima volta. Chiudere. «E caspita se mi manca la mia libreria», sospira Alberti. Lui se ne innamorò nel 1993, ad appena 25 anni e tutt’altre esperienze lavorative alle spalle. Poco più che ventenne come il fondatore, Francesco Baroni, che appunto giovanissimo fece domanda per aprire la sua attività di libreria editrice e cartoleria di fronte alla torre delle ore.
«Quello del libraio - racconta Alberti - è un lavoro estremamente impegnativo. Dà molte soddisfazioni ma anche molte preoccupazioni da un punto di vista gestionale e di sopravvivenza. È una battaglia continua», racconta Alberti, che appunto quella battaglia l’ha combattuta per 30 anni. «Decisi subito, senza pensarci, di rilevare questa attività, spinto dalla grandissima passione per i libri». Piemontese di nascita ma lucchese d’adozione (e d’elezione), Alberti era arrivato in città appena un anno prima di rilevare la storica attività, e cioè nel 1992. «Erano anche altri anni, per cui - spiega - non c’era ancora il dilagare delle grandi catene, oppure il commercio online. Non c’erano un sacco di cose».
Queste, più che la pandemia, le ragioni per cui alla fine, nel 2022, è arrivato al capolinea. «Ho deciso di chiudere - racconta Alberti - perché non c’era più possibilità di andare avanti: le vendite calavano mentre i costi aumentavano. E forse anche perché è finito un mondo». La principale difficoltà erano proprio i costi materiali: le bollette, il mantenimento del locale. «Poi le librerie indipendenti - aggiunge - hanno anche difficoltà di approvvigionamento: noi i libri non li paghiamo come le grandi catene. E non è possibile nemmeno fare uno stoccaggi di libri. Anzi, bisognava fare tutti gli ordini con il misurino per non andare in perdita. In pratica ordinare con il contagocce perché per ogni libro che resta ne devi vendere tre per pagare quello».
E alla libreria Baroni mica si vendeva di tutto. «Tenevo solo quello che piaceva a me: non manuali, fantasy, gialli, ma letteratura e saggistica di alto livello, e poi edizioni d’arte (abbiamo anche curato una rassegna di questo tipo), fotografia».
Ma la libreria era anche un luogo dove ritrovarsi: mostre di quadri, musica, cinema, tantissimi incontri. «È uno dei lavori più belli che si possano fare. È stato difficile chiudere - sospira Alberti - ma bisogna anche rendersi conto dell’impossibilità di proseguire un progetto di questo tipo. Forse in una città più grande... Quello delle librerie però non è mai stato un mondo florido. E come libreria indipendente è ancora più difficile. Hai molta più libertà, ma la paghi tutta».
Eppure 30 anni non si cancellano con una spugna. E quello che resta, il ricordo più bello, è «una scoperta continua, tanti nuovi incontri con le persone. La libreria diventa un volano, come sono i libri, nel senso che vengono scritti come se fossero dei lunghissimi biglietti da visita per far incontrare le persone». Ora lì invece di storie e vita non c’è nulla. Solo un immobile vuoto.
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