Gioco
Livorno, l’arbitro concede i tiri liberi e scatta l’insulto dei genitori: «Negro di m...»
È quanto successo in una partita di basket giovanile under 14. Le offese dei tifosi del Poggibonsi. Il fischietto di 19 anni: «Ma io non smetto»
LIVORNO. È stato insultato per il colore della sua pelle da alcuni genitori di Poggibonsi dopo aver concesso, negli ultimi secondi della partita di basket giovanile, tre tiri liberi alla squadra di casa, il Don Bosco Livorno. Vittima delle offese a sfondo razziale, accompagnate da incresciosi ululati, l’arbitro Moustapha Ndiaye, un diciannovenne italiano di origine senegalese che vive a Donoratico (nel comune di Castagneto Carducci) e che sabato, al PalaMacchia di Livorno, aveva appena finito di dirigere la gara del campionato toscano Under 14 elite fra la squadra labronica e quella senese, conclusasi con la vittoria degli ospiti per 51 a 50 dopo un finale al cardiopalma e molta tensione sulle tribune.
Il racconto
Siamo negli ultimi secondi del match, in un clima molto teso sugli spalti. Il punteggio è fermo sul 50 pari, quando un atleta livornese commette un fallo tecnico e il Poggibonsi, trasformando uno dei due tiri liberi a disposizione, passa in vantaggio. Ma il Don Bosco non ci sta, si procura altri due “rigori” e nel frattempo, dopo le vibranti proteste del coach ospite al tavolo degli ufficiali, Moustapha gliene assegna un terzo. È a questo punto che dagli spalti, quella che probabilmente è la madre di un cestista di Poggibonsi, inizia a urlargli “Negro di m...”, aspettandolo anche fuori dal palazzetto insieme ad altre «sette persone» per continuare a insultarlo per il colore della sua pelle («Ecco il negro…), aggiungendo offese irripetibili: «Sei proprio un fino***io a fischiare all’ultimo per farli vincere...», proseguendo poi con ululati e applausi, mentre un uomo che fumava una sigaretta gli soffia in faccia il fumo. Offese e provocazioni, da buon professionista qual è, alle quali il diciannovenne non risponde. Tirando dritto verso l’auto e tornandosene a casa a Donoratico.
Parla l’arbitro
Il direttore di gara ha naturalmente documentato l’accaduto sul suo verbale, che sarà valutato dal giudice sportivo. E con Il Tirreno si sfoga: «Incredibile – esordisce Ndiaye – che certe persone possano comportarsi così. Che esempio danno ai ragazzi? Non voglio comunque generalizzare, perché altri genitori di Poggibonsi hanno cercato di fermare questa gente, ma non va bene. In passato, con un accompagnatore di una squadra di Prato, mi era successo un episodio simile. A Rimini, in un torneo, un anno fa ,addirittura, dalle tribune intonarono un coro contro di me. Fuori dai palasport, in ogni caso, nessuno mi ha mai rivolto offese razziali. Solo sui campi di pallacanestro».
Il giovane, proprio l’anno scorso, aveva smesso di arbitrare a causa delle offese a sfondo razziale. «Ma poi ho deciso di ricominciare, non smetto», assicura. Come del resto accaduto già in occasione di una rissa in un altro palazzetto dello sport di Livorno non è da escludere che nelle prossime ore la polizia di Stato acquisisca il referto arbitrale per eventuali decisioni da parte del questore, come i daspo (provvedimenti amministrativi che vietano a chi li riceve di frequentare palazzetti o stadi, ndr) nei confronti dei genitori che hanno insultato Ndiaye, se sarà possibile identificarli.
L’appello a Petrucci
L’episodio ha destato preoccupazione e sconcerto in tutto il mondo del basket italiano, al punto che Luigi Morante, il presidente dei comitato toscano degli arbitri, si appella al presidente della Federazione italiana pallacanestro (Fip), Gianni Petrucci: «Credo fortemente che lui e il consiglio federale debbano arrivare ad approvare con la massima urgenza una norma di cui oramai non possiamo più fare a meno – dice – : la Fip deve costituirsi come parte lesa insieme al tesserato contro chi si macchia di tali episodi, sia che siano razziali che atti di violenza».
Il responsabile dei direttori di gara ha poi espresso la sua solidarietà al giovane livornese, congratulandosi per il sangue freddo mantenuto e per non aver reagito alle offese razziste.
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