Gioco
In Toscana 60 crisi aziendali: a rischio 3591 posti di lavoro
Da Gkn a Jsw di Piombino, 12 vertenze attive in Regione. Fabiani: «Ci sono difficoltà, ma si inizia a vedere anche una ripresa concreta»
FIRENZE. Lunghe anni, come quella delle acciaierie di Piombino-Jsw, o più recenti, come quella della Giga grandi cucine. E poi ci sono le vertenze diventate un simbolo, come quella dell’ex Gkn, la fabbrica di Campi Bisenzio dove fino a due anni fa si producevano semiassi per l’industria automobilistica trasformata nell’ultimo weekend nel palcoscenico del primo festival italiano dedicato alla letteratura “working class”. Ennesima metafora di quella “resistenza operaia” che gli ormai ex 420 dipendenti della multinazionale provano a mantenere viva per cercare di non far scemare l’attenzione su una vertenza che ha oltrepassato i confini regionali ponendo l’accento sulle conseguenze delle delocalizzazioni. Quella delle crisi industriale e occupazionale è una geografia frastagliata, che coinvolge però tutti i territori della Toscana. Da Firenze a Grosseto. Da Massa a Livorno, passando da Siena, Arezzo e Pistoia. Sono oltre 15mila i lavoratori toscani coinvolti in uno stato di crisi aziendale. O attori non protagonisti di un tavolo di monitoraggio o di prevenzione di possibili rischi occupazionali.
Quasi 3.600 quelli in bilico. Quelli, cioè, che vedono allontanare la sicurezza di un posto di lavoro. Dodici le vertenze aperte. L’ultima avviata formalmente pochi giorni fa alla Pay Care di Siena, dove lo spiraglio offerto da un imprenditore locale, disponibile a rilevare lo stabilimento e a mantenere inalterati i livelli occupazionali, sembra essersi chiuso. A riaprirlo ci proverà un tavolo della Regione, attraverso la struttura ad hoc creata nel 2015 per gestire le crisi industriali, che tenterà di dare risposte al futuro del call center del gruppo Comdata e ai suoi 60 addetti. Uno dei tanti tavoli in corso per cercare di trovare una via d’uscita a crisi che rischiano di far calare definitivamente il sipario in fabbriche e stabilimenti produttivi. E facendo traballare migliaia di posti di lavoro.
Le vertenze
Se alle acciaierie di Piombino, ormai storica vertenza toscana, la speranza dei 1.800 dipendenti (oltre alle centinaia di lavoratori impiegati nell’indotto) è ora nella commessa da 922 milioni di euro per la fornitura di rotaie che Rete ferroviaria italiana (gruppo Fs) ha affidato a Jsw Steel Italy, alla Gkn-Qf l’opportunità di riaccendere i macchinari potrebbe arrivare dallo scouting pubblico per l’attrazione degli investimenti avviato con un intervento diretto dalla Regione. Lo stesso strumento messo in campo per cercare di salvaguardare la produzione dell’Industria vetraria valdarnese (Ivv) e i 75 addetti della storica vetreria artistica di San Giovanni Valdarno la cui crisi è stata alimentata anche dall’aumento dei costi del gas. Su Gkn «stiamo andando avanti con il cosiddetto scouting pubblico e ogni giorno sono in corso confronti con le imprese che hanno manifestato un interesse», precisa Valerio Fabiani, consigliere per il lavoro e le crisi aziendali del governatore Eugenio Giani. Ma la crisi produttiva riguarda innumerevoli settori. Dalla chimica, che in Regione è approdata con la vertenza della Venator di Scarlino (250 lavoratori diretti più 250 tra appalti e indotto) al comparto del trattamento dei rifiuti che coinvolge i 30 addetti della Moggi smaltimenti di Pontassieve. Sul tavolo dell’unità di crisi della Regione ci sono anche le vertenze della Giorgio Armani retail srl di Leccio (abbigliamento) che coinvolge 11 addetti, e quella della Giga grandi vucine di Scandicci (produzione macchine industriali per la ristorazione) con al centro 50 lavoratori. E poi quella della Sanac di Massa (125 addetti), della Mt logistica di Livorno (25), dell’Agrolab di Carrara (65) e delle terme di Montecatini (50 lavoratori più l’indotto).
La crisi e la ripresa
Pandemia, guerra e caro energia «hanno messo tutti in condizione di capire che il lavoro viene prima di tutto e che non è più possibile pensare secondo schemi superati, chiusi», sottolinea Fabiani secondo il quale oggi il possibile «segreto» è «giocare d’anticipo e intercettare idee e spunti per soddisfare i bisogni delle imprese e del lavoro». «Ci sono difficoltà – evidenzia –, ma in Toscana si sta vedendo anche una ripresa da parte delle imprese, è la spinta che ci ha aiutato a chiudere diverse vertenze, così come la collaborazione delle organizzazioni sindacali». E il mantenimento di attività produttive e occupazione sul territorio regionale passano anche da nuovi strumenti e accordi, «ispirati al principio di responsabilità sociale dell’impresa». «A un’impresa che vuole chiudere un sito prospettiamo strade alternative e strumenti pubblici a sostegno dell’azienda e a tutela dell’occupazione. Se l’impresa non ritiene queste strade percorribili quel principio di responsabilità deve essere comunque esercitato: sia nei confronti dei lavoratori direttamente coinvolti, a cui l’azienda deve garantire un supporto per non perdere il lavoro, sia verso il territorio e quindi il sito produttivo, favorendo processi di reindustrializzazione», aggiunge Fabiani.
I “salvataggi”
A fronte di 12 vertenze aperte, sono 23 i tavoli attivati dall’unità di crisi risolti totalmente, in via di risoluzione o con soluzioni occupazionali almeno parziali che coinvolgevano quasi 4.300 lavoratori. Tra queste, le vertenze che hanno interessato Alival-Lactalis (70 addetti), Manifattura del Casentino (18), Perini Navi 870), Gilbarco (170), Ortofrutticola di Marradi (80), Cooperativa di Legnaia (100), Oma-Laer (200). Ricollocazione dei lavoratori, reindustrializzazione dei siti produttivi o subentro di nuove realtà imprenditoriali i percorsi che hanno permesso di salvare migliaia di posti di lavoro.
I nuovi “strumenti”
Migliaia salvati, altre migliaia da salvare. O almeno, da provare a salvare. Con il dialogo, ma non solo. Tra gli strumenti messi in campo anche la «cosiddetta dote privata a carico dell’azienda che intende licenziare a favore di chi assume il lavoratore licenziato». Mentre «l’altra grande questione» è quella della reindustrializzazione dei siti in dismissione «anche con modalità inedite». «Come è stato con il protocollo per Testicementi a Greve (80 addetti) – spiega Fabiani –: la proprietà ha messo a disposizione il sito e ha incaricato un advisor scientifico per la reindustrialiazzazione. O – annuncia – il caso di Alival a Ponte Buggianese (70 addetti), dove è in arrivo un nuovo protocollo in cui l’azienda che chiude si impegnerà economicamente a sostenerne la reindustrializzazione del sito pur non essendone proprietaria. O il caso di Geko a Massa, dove una nuova impresa, individuata da Regione e sindacato, subentrerà nel sito produttivo reindustrialiazzandolo».
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