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Il superstite della tragedia tra barche all'Argentario: «Cerco la verità, non vendette»
Il racconto di quella notte: «La mia amica ancora in quelle acque. Voglio la verità, non vendette»
GROSSETO. «Voglio la verità, non cerco vendette: la legge sull’omicidio nautico è una buona proposta, ma non servirà a prevenire o a evitare tragedie». Marco Avigdor D’Alberti, 61enne romano, è uno dei quattro superstiti dello scontro tra due imbarcazioni al largo dell’Argentario. Nei prossimi giorni, dopo otto mesi, si aprirà la fase dell’incidente probatorio.
Non sarà applicata, in ogni caso, agli eventuali colpevoli della tragedia dello scorso 23 luglio. L’incidente tra due imbarcazioni, una barca a vela e un motoscafo, avvenuto al largo di Monte Argentario otto mesi fa, ha segnato però uno spartiacque e accelerato la costruzione di quel disegno di legge, ora all’attenzione della Camera, che punta ad introdurre l’omicidio nautico nel codice penale. Due morti, il gallerista romano di tappeti e arazzi Giorgio Andrea Coen, 59 anni, e Anna Claudia Cartoni, ex atleta romana, insegnante di ginnastica e giudice federale, 60 anni, il cui corpo non è ancora stato restituito dal mare, quattro sopravvissuti, due indagati (tra cui il comandante 58enne danese Per Horup) e l’attesa, infinita, di verità sullo scontro tra la barca a vela “Vahinè”, con a bordo la comitiva di sei amici, e il potente motoscafo “Bibi Blue” di una famiglia di danesi in vacanza.
«Dopo tante tragedie si arriva a questa norma che purtroppo non è retroattiva. Non cerco vendetta, ma ci sono vittime ed è giusto chiedere verità». L’emozione, a più riprese, interrompe la conversazione. Le lacrime, spesso, si sostituiscono alle parole. Un costante déjà vu nella mente e negli occhi di Marco Avigdor D’Alberti, giornalista 61enne romano, rimasto gravemente ferito nello scontro tra le due imbarcazioni.
D’Alberti, insieme alla tragedia del Lago di Garda di due anni fa che ha coinvolto due giovani, l’incidente dell’Argentario è stato una sorta di acceleratore per arrivare al primo via libera al disegno di legge sull’omicidio nautico.
«Probabilmente sì. E voglio immaginare che sia andata veramente così».
Una legge che arriva troppo tardi?
«Non è mai troppo tardi, il diritto insegue quelli che sono i mutamenti e le rinnovate esigenze della società civile. Quindi, non sempre, le norme giuridiche sono in grado di prevenire e prevedere. Ora si arriva a questa norma, ma purtroppo le leggi non sono retroattive. E nel nostro caso non sarà applicato e non è applicabile. Ma, in ogni caso, non ho sentimenti di rivalsa o di vendetta nei confronti della persona che era al comando del motoscafo. Ci sono però delle vittime ed è giusto che venga accertata la dinamica dei fatti».
Una legge, quella dell’omicidio nautico, che andrà ad inasprire le pene per chi causerà morte e lesioni in mare. Occorrono più leggi per prevenire le tragedie o una maggiore sensibilizzazione delle buone norme di comportamento, in strada come in mare?
«L’omicidio stradale sta prevenendo gli incidenti mortali sulle strade? No. Forse è una norma importante quella dell’omicidio nautico, ma non sufficiente ad evitare altre tragedie».
Perché?
«Se in quell’occasione fossero state rispettate le normali regole della navigazione, quell’incidente non ci sarebbe stato. Quelle regole che si studiano quando si prende una patente nautica fanno ben capire quali sono i compiti di un comandante a bordo».
Cosa ricorda di quei momenti?
«Su quell’incidente c’è un procedimento in corso, che in realtà non è ancora iniziato. A breve (nei prossimi giorni, ndr) ci sarà un incidente probatorio. È qualcosa ancora troppo vivo in me. Ci penso ancora troppo spesso. Si dice che il tempo è una grande medicina, ma probabilmente non è ancora sufficiente il tempo che è passato. È un qualcosa che fa soffrire ancora molto».
Cosa chiede?
«Sarebbe troppo facile chiedere giustizia per i miei amici scomparsi e per le loro famiglie. Una frase, questa, però vuota, perché non si torna indietro. Anna Claudia non c’è più, Andrea non c’è più».
Spera, almeno, nella giustizia?
«Ci spero e voglio anche crederci».
È tornato in mare a navigare?
«Per me la vela non era solo una grande passione e un divertimento, ma per tanti anni è stata anche parte della mia professione, ma non sono ancora riuscito a tornare in mare. Ho un piccolo catamarano e quando le temperature saranno più accettabili proverò a fare un’uscita per capire l’effetto che fa. È stato un grande choc quell’incidente. Ancora oggi, spesso, penso a quel mare pieno dei resti delle barche mentre ero attaccato a un parabordo ad aspettare i soccorsi».
Un’immagine impossibile da cancellare.
«Impossibile da rimuovere. E al tempo stesso è ancora più impressionante pensare che Anna Claudia sia ancora lì. Ogni volta che mi chiedono di parlare di quella tragedia ho però un obbligo morale».
Quale?
«Ringraziare di cuore l’ospedale di Grosseto e tutto il suo personale. E non solo per le cure ricevute, ma soprattutto per l’attenzione e la dedizione che quelle persone mettono nel loro lavoro».
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