Gioco
Io, uno dei sopravvissuti all’ictus. Il racconto dello scrittore grossetano Adami: dalla paura alla luce
L’attacco, le ore successive e i mesi di riabilitazione. La metà sinistra immobile, la disperazione: Sono le tre e mezza di pomeriggio del 23 maggio 2019. Fra un paio di mesi compio 50 anni. Non so cosa mi succede
L’autore di questo testo è scrittore, traduttore e saggista. Ha insegnato Studi Italiani in diverse Università americane e inglesi, tra cui la University of Chicago. È tra i principali collaboratori della Encyclopedia of Italian Studies della Princeton University, nonché prestigioso collaboratore del nostro giornale.
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Ma è Mauro, il mio grande amico Mauro, che incontro nel maggio odoroso mentre sto rientrando, proprio sotto casa mia. Sorride e mi parla di una festa a cui, forse, andremo. Salgo in casa, devo mettermi al computer a scrivere. Sono solo, Sve è a Torino per suonare. All’improvviso mi succede una cosa inaspettata, non so proprio cosa pensare. Mi comincia a sbattere molto violentemente la clavicola sinistra, proprio sotto il mento, come se fosse un foglio di carta. Cosa mai vista. Molto dopo, gli esperti mi dicono che quel sintomo si chiama crisi di Jackson.
Sono le tre e mezza di pomeriggio del 23 maggio 2019. Fra un paio di mesi compio 50 anni. Non so cosa mi succede. Forse è un attacco d’asma, o di cuore. Mi alzo, voglio andare in bagno a sciacquarmi con acqua fredda. Magari così passerà tutto. Appena in piedi, sento una fortissima coltellata alla base della mia colonna vertebrale. Anche qui, molto dopo gli esperti mi diranno che quello è il segno che il primo motoneurone è stato colpito. Per me, è cinese. Crollo a terra. La parte sinistra, chissà come, non funziona più. Faccio molti tentativi di rialzarmi, ma solo il braccio destro si punta a terra, fa leva, mi sostiene. Il braccio sinistro niente, non ce la fa. Ma cosa diavolo m’è successo? Ogni volta che provo a rialzarmi, crollo duramente a terra, sbattendo il volto.
D’improvviso vedo seduto in un angolo il mio povero babbo, in giacca e cravatta. È accanto a mio zio, come quel giorno che ero bambino, ad Orvieto, sui gradini del duomo. Mi guarda a lungo, mi sorride. Parlano fitto fitto tra loro. Poi mio padre si rivolge a me: Professo’, mi dice. Mi chiamava sempre professo’, per prendermi in giro. Professo’, non temere che tu da qui esci. Ma che cosa vuole dire? Posso uscire come e quando voglio!
Insomma, la notte del 23 maggio la passo parlando con loro, mio padre e mio zio. Anche se non capisco bene se sogno di vederli o se, come sembra, sono veramente qui. Parliamo di tante cose, è molto bello. La mattina dopo, presto, mia zia viene a bussarmi alla porta. Chiede come sto. Le rispondo che ho avuto un attacco d’asma e sono caduto a terra. E allora vieni ad aprirmi, dai!, mi dice. Provo ad alzarmi, crollo. Impossibile. Mi suggerisce di strisciare verso la porta. Niente, non mi riesce nemmeno quello. Stranamente, la parte sinistra non può neppure strisciare. Mia zia mi dice: aspettami. Se ne va. Silenzio. Dopo un po’, sento che mi buttano giù la porta. Tanta gente entra in casa mia. Un dottore si inginocchia su di me, mi chiede le mie generalità, che giorno è oggi. Ho fatto i compiti a casa, rispondo bene a tutto. Temo però che siano ladri travestiti da medici e vigili del fuoco. C’è anche mia zia, tesissima.
Mi mettono nell’ambulanza, sotto casa. Dopo un po’, sono nell’Unità Subintensiva, in trappola, attaccato a tante macchine. È un inferno, con tanti rumori assurdi, tanta gente che parla o geme. Cosa mi stanno facendo? Dopo un altro po’, viene un medico che mi spiega cosa mi è successo. Ah, ho capito, ero grave, ma ora – mi ripeto – vedrai che in breve tempo mi rimetto, mi passa tutto, prendo e torno finalmente a casa mia. Anche se la parte sinistra del corpo sembra ancora morta. La sento stranissima. Sono un po’ come il Visconte Dimezzato. Comincia la processione di amici e parenti. Mia madre, mia zia, i miei. Mauro con la figlia, Beppe che mi parla dei neuroni specchio. Silvia è venuta dalla Francia, Gianmarco dalla Germania, Sve corsa da Torino. Preoccupatissimi, i visi tirati. Ma perché?, penso a voce alta. Tanto fra poco ce ne andiamo tutti da qui! Hai avuto un’emorragia cerebrale, mi dicono. Come Calvino. Ma cosa vuoi che sia!, mi ripeto. Si riassorbe, e torno più sano di prima. Pirandello ha scritto un racconta sul mio caso, che ho letto e riletto.
Quel 24 maggio 2019 dovevo essere a Siena, a pranzo con Pietro, invece sono imprigionato – non capisco perché - nella Subintensiva. Dopo ancora un po’ di tempo, ed una trombosi alla gamba sinistra, mi mandano in reparto. Comincio la fisioterapia. Sono fiducioso, ottimista. Anche se resta un gran problema. Non sento ancora la parte sinistra. Disperazione. Passa tutto il mese di luglio, il mio tempo in ospedale è esaurito, mi devono dimettere. Dove mandarmi? Dopo lunghi dibattiti, parto il 2 di agosto per la Clinica di Riabilitazione Toscana di Poggio Bracciolini. Appena arrivo, mi rimettono in carrozzina. Ho paura, una paura terribile, di restarci per sempre. Sono totalmente confuso. Penso che se la situazione resta in questo modo, vorrei fare l’eutanasia. Mi metto in contatto con Marco Cappato, che mi spiega come funziona. Intanto riprendo a fare fisioterapia intensiva e anche logoterapia. Ho una logopedista bravissima, Lara. Chissà se questo centro riuscirà a rimettermi in piedi? Ma anche il tempo concessomi a Terranuova Bracciolini finisce. A metà ottobre del 2019 mi dimettono, sempre in carrozzina, e me ne vado a stare a Marina di Grosseto, dove sono nato e cresciuto. Chissà, magari lì, dove è iniziato tutto, ritroverò le forze per ricominciare. Inizio a scrivere un libro su questa mia storia.
A Grosseto riprendo la fisioterapia quotidiana in un centro privato. Viene a trovarmi da Pisa il mio carissimo amico filosofo, Maurizio Iacono. E mi fa una domanda che mi cambierà la vita. Ho sentito mai parlare di Carlo Perfetti? No, mai. Cerco informazioni. Comincio a studiare le teorie di Perfetti, la riabilitazione neurocognitiva. Geniali.
Su indicazioni di Maurizio, vado in cura a Pisa da uno dei primi collaboratori di Perfetti, il dottor Valter Noccioli. Con la riabilitazione perfettiana, mi rialzo dalla carrozzina. Mi muovo da solo: con il bastone, certo. È un percorso durissimo, devo stringere i denti. Ho molti dolori, alla parte sinistra, alle scapole. Gli antidolorifici, anche quelli forti, non fanno niente. Perché sono dolori neuropatici, mi dicono. Soffro. Vedo però spazi per proseguire. Altro che eutanasia! Riesco ad arrivare al Centro di Perfetti, la mitica Villa Miari a Schio. Conosco finalmente la dottoressa Marina Zernitz. Lassù lavorano sul corpo attraverso il cervello, è tutto lì. Cartesio aveva torto, non c’è una mente separata dalla materia. Sono indissolubilmente intrecciate. E l’unica ricerca utile è nella direzione di Perfetti.
Non c’è bisogno di robot, di esoscheletri, di supercliniche in stile Nasa, di riabilitazioni computerizzate. Ci vuole solo (si fa per dire) impegno, mente e cuore. È un percorso duro, durissimo, doloroso. Ma io ci sono ancora, proprio al centro di quel percorso. Il dolore si trasforma in stelle, insegna modi diversi, più veri, di amare. E sono contento.
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