Sicurezza
L’insostenibile costo delle cessioni
Inflazione, truffe e tassi d’interesse: così Meloni è diventata più dura di Draghi
È evidente che il governo Meloni ha abbandonato le promesse elettorali e si trova a fare i conti col costo dei bonus fiscali, di cui il Superbonus è uno dei tanti. L’improvvisa stretta all’ormai incontrollabile sistema di cessione dei crediti fiscali partorito dai bonus è senza dubbio una misura presa prima di tutto per arginare il ricorso a un simile strumento.
Che costa moltissimo in termini di spesa pubblica, non più in grado di reggere un esborso di circa 70 miliardi. In questo senso, Giorgia Meloni si dimostra più dura di Mario Draghi nell’affermare l’insostenibilità della misura, che non garantisce, almeno in tempi brevi, i promessi maggiori introiti fiscali, determinati da un’ipotetica crescita del Pil trainata proprio dai bonus, e che non è più praticabile dopo il rialzo dei tassi di interesse della Bce, destinati a rendere l’indebitamento pubblico decisamente più oneroso e la stessa cessione dei crediti assai più gravosa. Per essere ancora più chiari, senza cessione del credito, il meccanismo dei bonus non funziona e, dunque, bloccare un simile sistema significa porre fine al costo dei bonus in termini di spesa pubblica.
All’interruzione delle cessioni del credito contribuiscono poi due altri fattori. Il primo è l’inevitabile spinta all’inflazione che i bonus, soprattutto quelli edilizi, producono. La concentrazione in pochissimo tempo di tanti lavori fa impennare il prezzo dei prodotti necessari, a cui si lega peraltro una proliferazione di ditte più o meno credibili, che spinge in alto l’inflazione complessiva.
Il secondo fattore è costituito dalle truffe che i meccanismi di cessione dei crediti hanno generato, rendendo possibile, con l’attuale normativa, una vasta serie di intermediazioni capaci di lucrare sulle cessioni in quanto tali, in maniera del tutto svincolata dall’agevolazione delle reali ristrutturazioni. Con la cessione dei crediti si è riattivato l’insidioso “mercato” delle cartolarizzazioni, stimato dal ministro Giorgetti in 110 miliardi, che tanti disastri ha scatenato nel nostro paese e non solo. La cessione del credito origina una sorta di moneta parallela a cui viene attribuito un valore diverso a seconda dei momenti, in base a operazioni di chiara natura speculativa. Questo rischio sarebbe stato aggravato dalla decisione, molto azzardata, di alcune Regioni e persino di alcuni Comuni di acquistare crediti “incagliati” per facilitare le imprese edilizie dei loro territori; una simile scelta accrescerebbe l’indebitamento pubblico e alimenterebbe un circuito già gonfio all’inverosimile, risultando di conseguenza impraticabile per le casse dello Stato.
Nel caso del governo Meloni, l’insostenibilità del sistema dei bonus deriva dai provvedimenti fiscali inseriti in Legge di Bilancio che, con la flat tax per gli autonomi, le cedolari secche e alcuni escamotage sui redditi da capitale, ha ulteriormente ridotto la base imponibile. Come già accennato, finanziare una spesa pubblica di 1.100 miliardi, che è cresciuta in due anni di 180 miliardi, di cui i bonus sono parte rilevante, continuando a contrarre le entrate e senza poter più ricorrere al debito, al di là delle chiamate patriottiche alla sottoscrizione di Btp, obbliga l’esecutivo a essere più vicino a Monti che ai sovranisti. Certo un blocco così repentino e totale rischia di trasformare in carta straccia una parte non trascurabile dell’enorme quantità di crediti pregressi in circolazione, provocando un’ondata di chiusure e fallimenti a cui, è probabile, lo stesso governo dovrà porre almeno parziale rimedio.
*Università di Pisa
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