Il Tirreno

Toscana

Scuola2030
L’intervista

Negli Usa da ragazza alla pari: «Vincere la paura per crescere»

di Martina Paolini*
Matilde Pajetta in un selfie sul ponte di Brooklyn
◗
Matilde Pajetta in un selfie sul ponte di Brooklyn

Ogni anno tante giovani scelgono di fare un’esperienza all’estero. Matilde, 19 anni, da sei mesi vive e lavora vicino a New York

5 MINUTI DI LETTURA





Le differenze con l’Italia ci sono e non potrebbe essere altrimenti. D’altro canto, quando hai 20-25 anni e lasci la tua famiglia e i tuoi amici in Italia per trasferirti per un anno oltreoceano, ti cambia letteralmente il mondo.

È questa però l’essenza dell’esperienza di au-pair girl, di “ragazza alla pari”, vale a dire vivere all’estero in una famiglia occupandoti dei loro bambini in cambio di ospitalità e dell’opportunità, unica, di poter perfezionare la lingua straniera. Un periodo di formazione e crescita ancora poco conosciuto dai ragazzi e dalle ragazze italiani.

Per il progetto di Pcto (ex alternanza scuola-lavoro) del quotidiano Il Tirreno “Scuola2030”, ho intervistato due ragazze che stanno vivendo questa esperienza proprio in questi mesi, entrambe negli Stati Uniti.

Sono la toscana Matilde Pajetta e la emiliano-romagnola Aleksandra Jastrzebska, ed entrambe stanno raccontando la loro straordinaria quotidianità su TikTok.

Matilde ha quasi 20 anni e, da ormai 6 mesi, vive a Mamaroneck, piccola città a 40 minuti da New York. Lavora come ragazza alla pari in una famiglia del posto e, tra uno spettacolo a Broadway e un viaggio a Rhode Island, si occupa dei loro quattro bambini.

Come sei venuta a conoscenza del programma, visto che tra gli adolescenti non è molto “famoso”?

«All’inizio non volevo fare la ragazza alla pari. Nel 2019 mi stavo informando per fare l’anno all’estero: faccio le selezioni, vinco la borsa di studio ma, con l’arrivo del Covid-19, ho dovuto annullare tutto. Nell’estate fra quarta e quinta superiore, ho sentito parlare del programma au-pair e così, prima di andare all’università, ho deciso di partire con Cultural-care, agenzia del gruppo EF. I miei genitori, fortunatamente, mi hanno sempre appoggiato, permettendo di far vivere a me e a mio fratello, che sta facendo l’anno all’estero, quelle esperienze che loro non hanno potuto provare. Basta che quando torni mi iscriva all’università, infatti non ho intenzione di estendere il visto».

E dopo l’iscrizione, quanto ci hai messo a trovare la famiglia giusta per te?

«Io ho “fatto match” con la prima famiglia che mi ha contattato. Mi sono proprio piaciuti subito e, dopo la videochiamata con loro, ho capito che erano quelli giusti, tranquilli e alla mano».

E così è stato?

«Direi proprio di sì. Abbiamo tanti interessi comuni e ora mi sento parte della famiglia. Non so se la vicinanza alla grande città mi abbia influenzato, ma loro mi ha davvero accolta come una figlia, una sorella, e nei momenti di difficoltà non mi lasciano mai sola. Quando sono giù di morale o ho nostalgia di casa, mi stanno vicino e cercano di distrarmi per eliminare i brutti pensieri. A volte andiamo a camminare vicino casa o sto con i bambini».

E i bambini a casa? Come è il rapporto con loro?

«Io mi occupo di 4 bambini, Delia e Kiera, gemelline di 5 anni, Trevor di 7 anni e Kevin di 9. Sono tutti molto tranquilli e bravi, ma sono davvero molto impegnati. La mattina li porto a scuola e nel pomeriggio hanno o danza o calcio o catechismo o un’altra delle mille attività che seguono. A casa giocano molto fra di loro e io sinceramente li controllo e basta. Sono abbastanza autonomi a essere onesta. Se hanno bisogno di una mano con i compiti li aiuto oppure mi unisco a loro nei giochi così da stare in compagnia».

Lavori soltanto o hai la possibilità di viaggiare?

«Sì e per fortuna. Sono stata a Washington a trovare la mia vecchia insegnate di violino, al mare a Rhode Island, nel Connecticut nella casa al lago dei nonni, ma, con questo programma, puoi fare il 13° mese, in cui viaggi esclusivamente, e io ho intenzione di sfruttarlo. Voglio andare a San Francisco, alle Bahamas, visitare i parchi nazionali e, con la mia famiglia italiana, vado a trovare mio fratello a Washington quando farà la graduation (la laurea)».

Parlando di viaggi, come è stato partire e lasciare tutta la tua vita in Italia?

«Ho provato tanta, tanta ansia. Sull’aereo, insieme ad altre au-pair, mi dicevo: “Come sarà? Funzionerà? Sarà al livello delle mie aspettative?”. Non ho realizzato fino a che non ho messo piede in aeroporto qui. Quando sei dall’altra parte del mondo ci sono alti e bassi, vivi cose che a casa non penseresti nemmeno di dover affrontare, ma alla fine un modo per superare gli ostacoli si trova».

E, infine, consiglieresti l’esperienza?

«Assolutamente sì. E la famiglia è una delle cose più importanti, bisogna davvero sceglierla bene. Alcune ragazze, nella furia di partire, hanno scelto la famiglia sbagliata e ora si trovano in difficoltà. E inoltre ti fa crescere. Essendo da sola, ti trovi a dover gestire delle situazioni contando solo su di te. All’inizio ti senti spaesata, ma poi la lingua migliora e inizi a non sentirti più un peso. Viaggi, entri a contatto con nuove culture e impari molto. Io, grazie a questo programma, ho trovato la mia strada, capendo quindi cosa voglio fare nella mia vita. La bellezza della vita sotto i riflettori di New York mi ha schiarito le idee: musica, canto e teatro». l

*Studentessa del liceo Majorana di Capannori (Lucca)


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web