Gioco
Nel cantiere autogestito dai cittadini gli operai-volontari recuperano alloggi vuoti e li danno a chi è senza casa
A Pisa il progetto dei cittadini contro l’abbandono. «L’autorecupero dimostra che con pochi soldi le case possono essere messe a disposizione di chi ne ha bisogno»
PISA. Non ci sono gru. E nemmeno camion e ruspe. Nel dedalo di strade che attraversa il vecchio quartiere popolare di Sant’Ermete è il piccolo cassone di un vecchio furgoncino ad inghiottire i resti di mobili, caldaie, suppellettili. Oggetti ingialliti, consumati dal tempo e dall’abbandono. Custodiscono storie, ma restituiscono una speranza. Spesso un sogno, quasi sempre un’esigenza. «Una casa, un tetto, un posto sicuro per la mia famiglia», l’aspirazione di Abdul Elfadili, 50 anni, tre figli e uno sfratto per fine locazione. Ma non solo. Nel quartiere alla periferia sud-est di Pisa, stretto tra l’aeroporto e la ferrovia, la speranza diventa sinonimo di rinascita. Alimentata da un’anima ribelle che il quartiere, dove l’avanzata della destra è riuscita ad abbattere quello che un tempo era un fortino della sinistra, non ha perso.
Non più reddito e lavoro. O almeno, non solo. La “lotta” è per la casa. Il nuovo obiettivo è trasformare quella che si è risvegliata dalla pandemia come la capitale italiana degli sfratti (Pisa ha registrato nel 2021 un aumento del 600% di richieste di esecuzione) in avanguardia di un nuovo percorso: l’autorecupero degli alloggi popolari sfitti. Che lancia anche una sfida alle contraddizioni. E una alla politica. «Questo quartiere, dove un piano di ricostruzione dei vecchi alloggi popolari ne avrebbe dovuto cambiare il volto e assicurare una casa a centinaia di famiglie, è diventato il simbolo del fallimento delle politiche abitative», dice Simone Sisti, membro del Comitato di quartiere di Sant’Ermete nato dall’unione di famiglie in emergenza abitativa e abitanti del quartiere per rivendicare quel progetto un tempo innovativo. «Adesso – continua – lo vogliamo trasformare nel simbolo della rinascita».
Un cantiere popolare. Braccia e muscoli volontari. Uniti alla professionalità di un gruppo di geometri, elettricisti e varie aziende «solidali». Che non solo consigliano, ma donano. Materiali e attrezzature. Non nuove, certo, ma funzionanti e non troppo vecchie per finire in discarica. Una rete. Che ha l’obiettivo non solo di sperimentare, ma soprattutto di concretizzare un processo di autorecupero dal basso degli alloggi popolari sfitti, non assegnabili perché necessari di lavori di manutenzione. Spesso piccoli interventi. Tre gruppi: tecnico, sociale, giuridico. Perché il “progetto” non è fatto solo di calce, cemento e pittura, ma pone il più ambizioso traguardo di «contrastare» la gentrificazione, ma anche «le politiche che tendono a trasformare le periferie in quartieri-dormitori, di combattere la marginalità». «Non è un’occupazione», evidenzia il gruppo che ha avviato anche un percorso giuridico per ottenere il riconoscimento di “cooperativa di comunità”.
«E non lo sarà», aggiunge. «Abbiamo deciso di prendere in “consegna” 16 dei 40 appartamenti abbandonati (su circa 100, ndr)». Una piccola percentuale dei quasi 4.500 alloggi popolari sfitti in Toscana. «Guarda, qui la parete era ricoperta di muffa – spiegano gli operai-volontari –. Abbiamo usato prodotti specifici per trattarla, sistemato gli impianti, gli infissi, sanificato e ora installeremo la caldaia. Questa è una casa chiusa da 7 anni dopo la morte del vecchio assegnatario. Sarebbero bastati pochi interventi per renderla abitabile». Non una casa all’avanguardia, ma l’aspirazione di una delle migliaia di famiglie in attesa di un alloggio. «È un progetto che non risolverà l’emergenza, ma offre almeno una speranza» dice ottimista Gigliola Pescia, 66 anni e una richiesta di sfratto per morosità incolpevole. «L’ultimo accesso dell’ufficiale giudiziario è stato il 23 dicembre, due giorni prima di Natale – racconta –. Lo sfratto è stato rinviato di 15 mesi. Il tempo passa e non ho una soluzione. Ho sempre pagato l’affitto, 650 euro al mese, ma da un po’ di tempo con la mia piccola pensione non riesco più a farlo. Il Comune mi ha promesso un sostegno o una casa. Ma di case non ce ne sono. Cioè ci sono, ma non sono abitabili».
«L’autorecupero dimostra invece che con pochi soldi le case possono essere messe a disposizione di chi ne ha bisogno», continua Pescia prima di avvicinarsi alla tavolata popolare. Un pranzo di autofinanziamento, all’ombra dello scheletro di una palazzina da oltre 30 appartamenti i cui lavori sono fermi da oltre un anno a causa di un contenzioso tra la ditta esecutrice, il Comune e l’Apes (l’azienda pisana per l’edilizia sociale). Una firma su un registro e anche gli operai-volontari abbandonano il “cantiere”. Il percorso non è improvvisato. «Tutto è basato sulla disponibilità dei volontari, ma tutto è documentato: ore e mansioni svolte». Tre appartamenti sono già stati “completati”, il resto sarà pronto entro maggio. «Non saranno occupati, l’obiettivo è strappare gli alloggi abitabili all’abbandono, recuperarli e metterli a disposizione del Comune». Un aiuto (forse) concreto per qualche famiglia e un segnale. Anzi, una sfida alla politica. «Il sistema privato non risponde più alle esigenze della popolazione, quello pubblico ha fallito, gli sfratti si moltiplicano mentre le case marciscono – conclude il Comitato –. Recuperare le case vuote si può. E lo stiamo dimostrando».
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