Il Tirreno

Toscana

Il giorno della memoria

Alcide e il lager: «Ricordo la fame e la paura. Per anni non ho detto nulla, neanche a mia moglie»

di Alessandra Vivoli
Alcide e il lager: «Ricordo la fame e la paura. Per anni non ho detto nulla, neanche a mia moglie»

Carrara, Alcide Del Vecchio deportato a 16 anni. Attirato in trappola con la promessa del lavoro

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CARRARA. Nell’estate del 1944 Alcide Del Vecchio esce di buon’ora dalla casa di Sorgnano, il suo paese di origine a una manciata di tornanti da Carrara. Insieme a un gruppetto di amici percorre a piedi, quasi di corsa in realtà, due chilometri e mezzo, sfidando il sole battente del cielo di agosto. A Gragnana - questa è la voce circolata nei paesi a monte delle Apuane e arrivata fino ad Alcide - c’è gente che offre ore di lavoro e una paga. C’è la speranza di un pranzo e una cena, per la famiglia e per lui, che ha la fame indomita dei suoi sedici anni.

Quei due chilometri e mezzo per Alcide diventano migliaia. Diventano una delle pagine più buie della storia contemporanea. Ad aspettare Alcide Del Vecchio e gli amici del paese a Gragnana, fino a quel momento celebre solo per la torta di riso, ci sono i fascisti e le camionette dei tedeschi, quelle che avrebbero rastrellato tanti giovani e li avrebbe portati in Cecoslovacchia, per più di un anno. A lavorare nelle fabbriche di munizioni e nelle miniere. A dormire nelle baracche, stesi a terra. E a placare la fame con le bucce delle patate.

Alcide Del Vecchio oggi ha 95 anni e lo sguardo fiero di un uomo al quale la vita non ha fatto sconti. I solchi sul viso raccontano il campo di concentramento - il nome non lo ha mai più pronunciato dopo quella esperienza - e tanti anni di lavoro alle cave, come marmista. Per Il Tirreno, apre, dolorosamente il libro dei ricordi, aiutato dal figlio Claudio, nella giornata dedicata alla memoria.

Signor Alcide cosa ricorda dell’estate del 1944?

«Eravamo così giovani, questo lo ricordo bene. Andammo a cercare lavoro, allora la fame era tanta, fare qualche ora di lavoro voleva dire portare qualcosa da mettere in tavola. Una volta arrivati a Gragnana abbiamo capito, io e una decina di amici che erano insieme a me, che era una trappola. Abbiamo provato a scappare, nel viottolo in mezzo ai campi: ma i tedeschi sparavano ad altezza uomo. Nessuno di noi ce l’ha fatta a tornare in paese, a tornare a Sorgnano. Ci hanno fatto salire sui camion e siamo partiti. Sulla Cisa c’erano i partigiani, hanno provato a fermare il convoglio, ma il nostro viaggio è andato avanti, per chilometri e chilometri. A Verona ci hanno stivati in un treno merci, con un filone di pane, per tre giorni. Non potevamo muoverci, nemmeno per fare i nostri bisogni. Siamo arrivati al campo più morti che vivi. Lo sapevamo che a casa, per un bel po’, nessuno di noi avrebbe fatto ritorno».

Vi siete ritrovati dal vostro paese a un campo di concentramento.

«C’erano delle baracche, e ci portavano a lavorare, nelle fabbriche di munizioni prima, nelle miniere dopo qualche tempo.

Dovevamo obbedire ai tedeschi e fare poche storie, solo quello. Noi eravamo ragazzi, capivamo poco ma sapevamo che gli americani erano vicini. Io di quei giorni ricordo la paura, era con me ad ogni ora, giorno e notte. Non mi abbandonava mai. Avevo paura delle bombe, del buio, della miniera, di una guerra che sembrava non finire mai».

Come avete vissuto in quei lunghi mesi?

«Io ricordo bene la fame, non passava mai. Ci davano le barbabietole, e le patate, spesso solo le bucce. Ci si attaccava a tutto, ma dopo tante ore di lavoro la fame rimaneva con noi. Non potevamo dire nulla. Dovevamo accettare tutto quello che accadeva e basta. Eravamo ragazzi: un mio amico, anche lui di Sorgnano, ha provato a scappare, gli hanno sparato alle gambe. Era un segnale per tutti noi: dovevamo stare in baracca, in silenzio e lavorare: dopo il primo periodo tutti i giorni si scendeva in miniera. La sera eravamo a pezzi, non avevamo più nemmeno la forza di sognare ».

Poi, avete fatto ritorno a casa. Cosa ricorda del giorno della liberazione sua e degli amici finiti con lei nel campo di concentramento?

«I ricordi sono confusi. Ci liberarono i russi, così ci hanno raccontato, un mese e mezzo dopo la fine della guerra. Di quel momento quello che mi torna in mente è la fatica del viaggio di ritorno a casa. I convogli, il camion rotto: è stata un’odissea. Ma arrivati a Parma abbiamo capito che ormai era fatta. Che eravamo davvero liberi».

Cosa le è rimasto di quella esperienza? Come ha vissuto dopo?

«Lo sa? Alla mia fidanzata, Carla che dopo è diventata moglie, e lo è da sessant’anni, solo dopo un bel po’ di tempo ho cominciato a raccontare qualcosa di quell’esperienza terribile nel campo di concentramento. Per mesi non riuscivo a parlare di quello che mi era successo. Sono andato avanti. C’era da lavorare, poi è arrivata la famiglia, i miei figli, Claudio e Daniele. Non mi sono più fermato, tempo per pensare non è che ne abbia avuto tanto, ho fatto una vita normale dove il lavoro è sempre stato al primo posto, insieme alla fatica.

A volte penso davvero, quando sono stanco, che di quell’estate del 1944 di quello che c’è stato, non vorrei nemmeno più parlarne. Perché è stato l’orrore. Molto peggio di quello che si racconta nei film».

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