Il Tirreno

Toscana

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La lezione della memoria

Primo Levi e Liliana Segre, voci dal lager: il nostro dovere è ascoltarle e farle nostre

Prigionieri di un lager nazista, ridotti pressoché a scheletri, fotografati dopo la liberazione
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Prigionieri di un lager nazista, ridotti pressoché a scheletri, fotografati dopo la liberazione

Due sopravvissuti che attraverso i loro libri ci hanno lasciato una testimonianza che durerà per sempre

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«Mio nonno, sebbene privato di una tomba, sebbene ucciso e le sue ceneri fatte passare per un camino, attraverso la memoria e l’amore, mio nonno vive». Queste sono le parole del figlio di Liliana Segre all’inizio del libro della senatrice “Fino a quando la mia stella brillerà”. E proprio da qui parte questo articolo, dalla memoria. Attraverso due libri, questo di Liliana Segre e “Se questo è un uomo” di Primo Levi. Due italiani, due ebrei, ma prima di tutto due esseri umani. Due sopravvissuti che attraverso i loro libri ci hanno lasciato una testimonianza che durerà per sempre.

Può sembrare banale dirlo, ma l’unico modo per capire veramente gli orrori dei campi di concentramento è ascoltando o leggendo chi quegli orrori li ha vissuti sulla propria pelle.

I due testi hanno punti di vista diversi, ma descrivono lo stesso orribile scenario. Primo Levi era un uomo, adulto per il tempo, e racconta la vita del campo soffermandosi sulle sofferenze fisiche e psicologiche. Liliana Segre era poco più di una bambina e racconta il lager con parole semplici, rendendo il libro una lettura “facile” ma profonda anche per i ragazzi più giovani.

Segre non si sofferma solo sul lager, ma descrive la vita prima e dopo la deportazione e la liberazione, e ci mostra una quotidianità uguale a quella di molti di noi. Eppure, anche se con occhi e parole diverse, entrambi i libri descrivono lo stesso inferno. E da entrambi si capisce che la vera difficoltà non era sopravvivere, ma riuscire a mantenere la propria identità e umanità.

Nel campo i prigionieri venivano resi tutti uguali nell’aspetto tramite i vestiti e la rasatura e venivano privati del nome. Non erano più persone ma soltanto “pezzi” con un numero di serie. I più utili venivano impiegati nelle fabbriche, e quelli “difettosi” o inadatti venivano buttati, eliminati. Tra i detenuti stessi si diffonde un clima di diffidenza; c’è una lotta per la sopravvivenza: la mia salvezza a discapito di quella degli altri. «Io non mi appoggiavo a nessuno e nessuno doveva appoggiarsi a me per sopravvivere. Ero diventata egoista. Era l’unico modo per continuare a vivere», racconta Segre.

E la sfida diventa proprio questa: non darla vinta alle SS, mantenere la propria identità, la propria unicità e quella gentilezza, quella solidarietà che non sembrano adatte all’ambiente del lager. Non mollare, non abbandonarsi. Primo Levi racconta un’azione quotidiana che oggi sembra scontata: lavarsi. Perché, chiede, continuare a farlo in un lager? La risposta gli giunge da un amico: «Si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza. Una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo quindi certamente lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca. Non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire».

Da entrambi i libri si evince il dolore forse più grande quando, scampati al loro inferno, a lungo Levi e Segre non poterono raccontare la loro esperienza perché venivano derisi, non creduti, forse perché certi orrori non potevano essere concepiti da chi non li aveva vissuti. O forse perché, dopo una guerra così devastante, non si voleva sentire parlare di altre tragedie. Questa è stata l’ultima umiliazione. «In fondo, nessuno voleva ascoltare per davvero. La guerra era finita, bisognava andare avanti. Ma io no, io restavo ad Auschwitz. Non riuscivo a venire via dal mio inferno. E tanto meno a parlarne», dice Liliana Segre. Quindi è nostro dovere non solo riconoscere le loro testimonianze, ma ricercarle, leggerle, informarsi, tramandarle e farle nostre. E la Giornata della Memoria non deve essere relegata a un’abitudine. Deve essere un’occasione di riflessione. «Meditate che questo è stato: vi comando queste parole», ci dice Primo Levi. l

*Studente di 17 anni

dell’Isis Mattei

di Rosignano (Livorno)

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