Il Tirreno

Toscana

Il ritratto

Lo stratega e la svolta degli affari Così Cosa Nostra diventò globale

di Michele Gambino
Lo stratega e la svolta degli affari Così Cosa Nostra diventò globale

Con lui l’organizzazione è penetrata nell’economia legale e nella finanza

5 MINUTI DI LETTURA





Proviamo a fare un ragionamento un po’ diverso, e a chiederci non chi è stato Matteo Messina Denaro in quanto mafioso.

Ma quale strategia ha portato avanti in quanto governatore del più antico e conosciuto consorzio criminale del nostro Paese e dell’intero pianeta.

È un discorso complesso e affascinante perché affrontandolo si contempla da un lato una parabola umana stupefacente, quella dello stesso Messina Denaro, dall’altro una spettacolare e del tutto inaspettata riconversione di indirizzo della holding chiamata Cosa Nostra.

L’eredità di Riina

Partiamo da un dato certo: quando Totò Riina viene arrestato, esattamente trent’anni fa, la mafia è nel mezzo di una parabola distruttiva e per certi versi autodistruttiva che ha già portato alle stragi di Capaci e via D’Amelio, e nelle intenzioni del capo dei capi deve continuare con le bombe sul territorio nazionale: ferito nell’orgoglio dalle condanne al maxiprocesso, Riina intende dare una spallata allo Stato, a sua volta indebolito dalle inchieste di Tangentopoli.

È un braccio di ferro mortale, di cui molti risvolti e intrecci non sono ancora oggi noti, ma un dato è certo: a proseguire nel solco dell’opera di Riina, dopo il suo arresto, è il giovane leone designato dallo stesso boss, che ne ha sperimentato nel tempo l’assoluta fedeltà e l’identica propensione alla ferocia sanguinaria: Matteo Messina Denaro, figlio di un boss e proveniente dall’area fra Trapani, Castelvetrano e Mazara del Vallo, universalmente riconosciuta come il triangolo d’oro della mafia.

E dunque è in buone mani che Riina affida il suo patrimonio di ferocia, e per un anno il giovane Messina Denaro se ne va in giro insieme all’amico Giuseppe Graviano e a un manipolo di soldati a piazzare bombe tra Roma, Milano e Firenze, partecipando così, a suon di vittime innocenti, alla transizione tra la prima e la seconda Repubblica.

La “riorganizzazione”

Quel che accade dopo lo studieremo e lo capiremo forse tra qualche decennio, ma intanto qui possiamo provare ad abbozzare un quadro.

È Bernardo Provenzano, formalmente ancora leader di Cosa Nostra, ma braccato e malato, a dare inizio alla strategia dell’inabissamento di Cosa Nostra: sciolta la “cupola”, via a un’organizzazione più “liquida”, dove ogni famiglia mafiosa decide per sé, rendendosi meno permeabile rispetto al pentitismo e alle indagini. E basta con l’attacco frontale allo Stato che ha portato un sacco di guai.

Anche la dinamica della successione tra Provenzano e Messina Denaro andrà chiarita nel tempo. Don Bernardo non ama Matteo, eppure quando lo arrestano, nel 1996, gli passa lo scettro del comando, probabilmente perché è rimasto l’unico detentore ancora libero dei segreti di Totò Riina: quelli che portano dritto ai rapporti inconfessabili, alle varie trattative, alle complicità tra i boss e pezzi dello Stato.

La mafia 2.0

Una volta incoronato, in molti si aspettano che Messina Denaro torni alla strategia d’assalto di Riina. E invece re Matteo compie una giravolta sorprendente anche sul piano umano: non solo prosegue nella pax mafiosa, ma la perfeziona. Abortisce i progetti di nuovi attentati, come quello programmato contro il magistrato Nino di Matteo; dichiara la sua distanza dalla religione cattolica, vera eresia per qualsiasi boss che si rispetti; allenta il controllo armato sul territorio, incrementando invece le attività economiche.

È la mafia 2.0, i cui valori sono totalmente ribaltati rispetto al passato: da organizzazione criminale che fa affari a impresa affaristica che contempla all’occorrenza l’uso del crimine.

È Riina anni dopo, parlando con un compagno di cella, a stigmatizzare il nuovo corso dell’ex erede in maniera rozza ma efficace. «Questo signor Messina Denaro che fa questi pali, i pali eolici, i pali della luce se li potrebbe mettere nel c…. Questo si sente di comandare, si sente di fare luce ovunque, fa pali per prendere soldi».

Una montagna di soldi

Si lamenta, Riina, per il fatto che il suo ex pupillo pensa solo agli affari, e ha ragione: gli enormi introiti del narcotraffico vengono reinvestiti in maniera più massiccia che mai nell’economia legale, rendendosi sempre meno distinguibile da essa. Basta fare una passeggiata in un qualsiasi capoluogo siciliano e scoprire come interi quartieri prima abbandonati rifioriscono di attività commerciali grandi e piccole, gran parte delle quali sono direttamente o indirettamente legate alla mafia: ristoranti, alberghi, catene di supermercati, luoghi di divertimento, griffe alla moda, parchi eolici (i “pali” di cui parla Riina) sono alcune delle attività dei Messina Denaro e dei suoi sodali. Il solo ammontare dei beni sequestrati alla famiglia del capo dice molto: 3,5 miliardi di euro. E questo è ancora poco rispetto al grande salto nei circuiti finanziari e borsistici di mezzo mondo.

In questa nuova versione la mafia ha cessato d’essere un’emergenza nazionale, e ha preso il via un processo inevitabilmente lento di mutazione sociale, col sogno finale di trasferire i nipoti o i pronipoti a Londra, a New York, a Dubai, far parlare loro tre lingue, disincagliarli sempre di più dalle loro origini, compiere un percorso che annacqui totalmente il passato e l’identità stessa della consorteria mafiosa. Sembra impossibile, ma qualcosa di molto simile accadde nell’America di inizio 900. Un esempio per tutti la dinastia dei Rockfeller: da riconosciuti criminali ad amici di presidenti e finanziatori di organizzazioni benefiche.

Chi prenderà il comando?

L’arresto di ieri è uno spartiacque decisivo: chi prenderà il comando di Cosa Nostra dovrà decidere se proseguire sulla strada intrapresa da Messina Denaro, e non sappiamo ancora se il boss ha programmato o meno il futuro dopo di lui, come accade nelle grandi dinastie.

Certo, ancora per un poco Messina Denaro ha il pallino in mano: da qualche parte, nascoste in una cassaforte o nella cantina di una masseria, ci sono le carte che possono distruggere carriere mafiose e carriere eccellenti, o viceversa innescare l’ennesima trattativa segreta. Servirebbe la palla di vetro per capire cosa accadrà, ma nessuno la possiede.

© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa