Il Tirreno

Toscana

L'intervista

Bindi, ex presidente Antimafia: «La forza della mafia è nei complici, ora svelare la rete di protezione»

di Danilo Renzullo
Bindi, ex presidente Antimafia: «La forza della mafia è nei complici, ora svelare la rete di protezione»

L'ex ministra: «Ora il mondo è più sicuro, ma qualcuno inizia ad esserlo meno perché le vere indagini cominciano adesso»

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«La forza della mafia è fuori dalla mafia. Se adesso il mondo è più sicuro, qualcuno inizia ad esserlo molto meno». E per qualcuno, Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia dal 2013 al 2018, intende la “rete” che ha coperto la latitanza di Matteo Messina Denaro, favorendo anche la “transizione” che ha portato Cosa nostra a superare la fase stragista e ad avviare il percorso sfociato in parte nella cosiddetta mafia “mercatistica”. Una mafia silente, ma capace di infiltrarsi in ogni tipo di sistema economico e finanziario, diventandone spesso componente strutturale.

Bindi, perché qualcuno deve sentirsi meno sicuro?

«Forse le vere indagini iniziano adesso. Se sono ancora tanti i misteri della stagione delle stragi, molti di più sono quelli che avvolgono gli ultimi 30 anni. Della latitanza di Messina Denaro, delle protezioni e delle connivenze che ha avuto. È evidente che una persona in cura da un anno in una clinica privata del centro di Palermo ha potuto contare su protezioni molto forti».

Diventare un fantasma per tre decenni. È possibile?

«La forza della mafia è fuori dalla mafia. È nelle grandi complicità che è capace di crearsi, nelle protezioni che poi vengono meno perché viene meno l’intreccio di scambio, di servire e di essere serviti. Un uomo malato è meno forte e non è più in grado di realizzare questo scambio».

Lo Stato ha vinto una battaglia o la guerra contro la mafia?

«È una giornata in cui possiamo riconoscere una vittoria dello Stato, della magistratura, delle forze dell’ordine che raccolgono un risultato maturato negli anni. La Procura di Palermo e la Direzione nazionale antimafia non hanno mai abbandonato la ricerca del latitante Messina Denaro. Il suo arresto ha un significato molto importante perché rappresenta l’ultimo esponente della mafia stragista, ma anche perché è il protagonista del cambio che Cosa nostra ha avviato dopo la stagione delle stragi. È stato l’uomo della vecchia e della nuova mafia, quella che ha abbandonato la lotta allo Stato per ritornare a cercare relazioni e collaborazioni con il potere politico, economico e finanziario. Auspicando che Messina Denaro venga considerato un detenuto da 41bis nonostante la malattia e una sua interlocuzione con la magistratura, sarà molto importante capire cosa è accaduto in questi 30 anni».

L’arresto è stato accolto dagli applausi dei passanti. Non un dettaglio secondario.

«Negli ultimi anni la mafia è diventata sempre più un fenomeno da classe dirigente. Si dice che esisteva un “welfare mafioso”, una sorta di protezione che la mafia garantiva al popolo. Ora, questo è un fenomeno che forse riguarda ancora la camorra e circoscritto a pochi territori. La stragrande maggioranza della popolazione ha invece intuito che la mafia è un pericolo e non una protezione. Il risveglio della coscienza civile che c’è stato dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino continua ed è stato una delle leve più importanti nella lotta alla mafia degli ultimi anni. Questo dimostra però che la forza della mafia è nei rapporti con le classi dirigenti».

Perché?

«Trent’anni fa la mafia più potente era Cosa nostra, oggi è la ‘ndrangheta che non a caso non ha mai praticato una strategia stragista. La forza della ‘ndrangheta, come la latitanza di Messina Denaro, sta nell’aver ripreso la vera pratica della mafia».

Quale?

«Non quella di opporsi allo Stato, ma di piegarlo ai propri interessi. È quella di piegare la politica, la finanza, l’economia ai propri interessi. Una pratica che si combatte con la repressione, ma soprattutto rompendo gli intrecci di collaborazioni e di complicità». l


 

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