Lutto
85 anni molleggiati, Celentano l'arcitaliano e una vita da innovatore-conservatore
Auguri Adriano. Riflette talento, nevrosi e bizzarrie dell’Italia: dalla rivisitazione del rock americano alle “prediche” con i silenzi in tv
Oggi Adriano Celentano compie 85 anni. E l’Italia intera festeggia non soltanto un grande protagonista della scena musicale e cinematografica del secondo Novecento.
Ma anche, in qualche misura, sé stessa, perché Celentano è un personaggio-specchio nel quale il Paese ha la possibilità di rispecchiarsi e di riconoscere parte dei propri talenti, delle proprie bizzarrie, delle proprie nevrosi. Il compleanno di Celentano, dunque, non è una festa privata, ma un evento “famigliare” collettivo, dell’intera comunità nazionale. Quando parliamo di Celentano noi parliamo sempre dell’Italia, anzi, degli italiani, del loro carattere. E Celentano, nella sua lunghissima attività artistica e nella sua complessa vicenda umana, incarna profondamente le tante sfaccettature dell’identità italiana.
Sicuramente è un innovatore e un provocatore. E lo è non soltanto musicalmente – per la torsione un po’ buffa, all’italiana, del rock americano; per aver voltato le spalle, cantando, al pubblico sanremese in frac; per aver cantato canzoni ironiche e strampalate come “Prisenclinensinainciusol”; per aver sperimentato una creatività di gruppo, clanica, colma di genialità e di conflittualità, ecc. – ma anche come personaggio mediatico, visto che da un certo momento in poi ha compreso, portandolo alle estreme conseguenze, il suo potere comunicativo da “predicatore” – i lunghi silenzi in diretta televisiva; le polemiche violente, da cristiano, contro testate di ispirazione cattolica come “Avvenire” e “Famiglia cristiana”; gli attacchi frontali contro il nucleare e la caccia; le sortite ambientaliste; e, infine, l’appoggio politico a Beppe Grillo.
Un innovatore conservatore, insomma. Un irridente giocherellone e sbeffeggiatore dei conformismi mediatici, ma anche un reazionario anti-modernista, come testimonia, tanto per fare un esempio, la sua ostilità verso il divorzio. Non a caso Pier Paolo Pasolini pensò di trarre un film (purtroppo le trattative tra i due non andarono a buon fine) a partire dalla canzone “Il ragazzo della via Gluck”, primo vero manifesto nazionalpopolare nostalgico-reazionario – appunto, pasoliniano – sulla mutazione antropologica dell’Italia del “boom” e della speculazione edilizia.
Celentano è quello che prende in giro i giornalisti, che a volte li aggredisce finanche violentemente – storica la sua “guerra” con Aldo Grasso –, che fa smorfie comiche e buffonesche, che scherza, gioca, usa e manipola a suo piacimento il sistema mediatico, che lo ha sempre atteso e cercato come un oracolo sacro, ma poi Celentano è anche un cattolico devoto, un marito e un padre di famiglia all’antica, tanto che è rimasto con Claudia Mori per tutta la vita, a parte una difficile e dolorosa parentesi negli anni ’80, allorquando, pare, ebbe una relazione con Ornella Muti. Ma, come cantò Claudia Mori, “non succederà più”, e la famiglia, anzi, il clan, è sempre rimasto unito. Da “italiano vero”, nessuna modernità ha mai davvero scalfito le sue solide fondamenta tradizionaliste.
Ecco perché gli italiani non solo lo amano, ma ci si rispecchiano. Perché è stato un innovatore tradizionalista, un calcolatore anarchico, un sapiente ignorante – si è definito lui stesso “il re degli ignoranti” –, un sentimentale col sorriso sempre un po’ furbetto. E poi perché questa lunga fedeltà a Claudia Mori – sposata in gran segreto a Grosseto nel 1964 – rassicura ancora tutti, e fa capire che in fondo si può anche essere ricchi e famosi, moderni e strambi, ma alla fine le cose vere e importanti, in Italia, rimangono sempre quelle: la casa, la famiglia, i figli.
Timido e spavaldo, Celentano è sempre stato una summa di contraddizioni: clanico e tuttavia litigioso (la sua vita è stata costellata di molte cause giudiziarie), libertario e moralista, padrone assoluto della scena ma anche fobico, tanto che non ha quasi mai preso l’aereo, precludendosi così, per esempio, una tournèe in America. E poi simpatico e antipatico, ironico e retorico, generoso e tenebrosamente chiuso in una sorta di bunker inaccessibile se non a pochi fedelissimi.
Oggi, dunque, l’Italia intera festeggia il ragazzo magro e dinoccolato che Sergio Bernardini fece cantare agli esordi alla “Bussola” di Marina di Pietrasanta, e che dalla metà degli anni Cinquanta sino ad oggi ha rappresentato come nessun altro quella strana mistura, più unica che rara, tra genialità e conformismo, tra rottura degli schemi e rispetto dei valori tradizionali. l
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