Il Tirreno

Toscana

Il commento

Debito pubblico a sovranità limitata

di Alessandro Volpi*

Il dibattito surreale sul Mes e il gioco di chi scommette contro l’Italia

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Siamo l’unico paese a non aver ancora ratificato il Mes, strumento che dovrebbe servire a concedere assistenza finanziaria a paesi che, pur avendo un debito sostenibile, abbiano difficoltà temporanee a finanziarsi sul mercato.

È utile ricordare che l’Italia, pur non avendo ratificato il nuovo trattato, ha già versato 14 miliardi di euro e dovrebbe arrivare fino a 125, su un totale di 708 miliardi, di cui 80 già sottoscritti. Il tema che è sempre stato sollevato è quello delle condizioni che un paese indebitato deve accettare per ricevere il prestito e, soprattutto, si è dibattuto su quanto fare richiesta di sostegno da parte del Mes renda più costoso il debito del paese in questione.Ora, con la sciagurata decisione della Bce di non partecipare più all’acquisto del debito degli Stati e di alzare i tassi, il tema del Mes sembra decisamente meno rilevante perché il debito italiano finirà comunque sotto attacco, con effetti sullo spread, e i tassi che dovrà pagare saranno sempre più alti. In altre parole, con questa strategia della Bce, il nostro paese rischia di finire sotto tutela, magari dei grandi prestatori privati, o di dover incorrere in infinite condizionalità, a prescindere dal Mes che, magari, data l’esistenza di un debito di 2.770 miliardi con una credibilità inferiore a quella greca, non sarà neppure applicabile al nostro paese. Ancora una volta discutiamo del dito e non della luna. Aggiungerei che, in queste condizioni, i 35 miliardi del Pnrr da qui all’estate diventeranno vitali e quindi le "riforme" richieste dalla Commissione europea andranno fatte assai probabilmente senza troppa discussione politica. Anche senza il Mes, "la sovranità" italiana sembra assai a rischio.C’è poi un ulteriore pericolo in tal senso. Il debito pubblico di un paese è, storicamente, una parte vitale della vita di uno Stato che lo utilizza per far fronte ad una porzione spesso molto importante della sua spesa; nel caso italiano anche di quella decisamente essenziale. Per finanziarsi, dunque, lo Stato, da sempre, vende il proprio debito. A partire dalla metà degli anni Novanta, sono stati creati degli strumenti finanziari molto peculiari, i cosiddetti Credit default swap, che rappresentano delle assicurazioni contro i rischi di insolvenza di un titolo finanziario. In pratica, chi compra un’obbligazione può sottoscrivere un’assicurazione contro il rischio che quell’obbligazione registri delle perdite. Tali assicurazioni sono state rese possibili anche nei confronti dei titoli del debito pubblico. Il problema vero è nato però nel momento in cui simili assicurazioni hanno potuto essere comprate anche da chi non aveva i titoli da assicurare, compresi quelli del debito pubblico. Quindi è divenuto possibile acquistare assicurazioni nei confronti di titoli del debito pubblico italiano senza possederli; questo significa che simili assicurazioni diventano vere e proprie scommesse sull’andamento del titolo. Se si prevede che il debito pubblico italiano avrà difficoltà, partiranno gli acquisti di assicurazioni che scommettono sul suo pessimo andamento che potranno essere vendute a chi non le ha già, facendo pagare prezzi decisamente prezzi più alti. Naturalmente se tutti comprano assicurazioni che scommettono sulle difficoltà del debito pubblico italiano, tale debito certamente vedrà peggiorata la sua condizione, con conseguenze pesantissime per le finanze pubbliche italiane, e per gli italiani. Ma allora perché si continua a permettere che vengano vendute assicurazioni senza il possesso dei titoli assicurati? È facilmente intuibile infatti che, se le assicurazioni venissero permesse solo a chi ha il titolo del debito, sarebbe suo interesse evitarne il deprezzamento. Ma se il possesso del titolo non è necessario, allora conviene scommettere invece sul fallimento. In questo modo sono costantemente minacciate la sovranità e la democrazia degli Stati solo per far guadagnare gli "scommettitori"; una situazione paradossale in un mondo dove quest’anno il valore dei derivati finanziari ha raggiunto la cifra record di 620 mila miliardi di dollari, più di sei volte il Pil mondiale.Persino la Banca dei Regolamenti internazionali ha espresso tutti i propri timori perché tale montagna di carta ha superato quella che esisteva prima del crollo del 2008 e rende noto che ogni giorno oltre 2000 miliardi di dollari "scommettono" sull’andamento delle monete, e quindi dei debiti pubblici degli Stati, ormai a sovranità assai limitata. l*Università di Pisa.

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