Toscana
Bigazzi (Confindustria): «Caro energia e credito sono i banchi di prova per le imprese»
Secondo il presidente dell’associazione degli industriali toscani gli aumenti dei tassi d’interesse frenano la crescita. Le aziende toscane? «Eroiche per come hanno retto allo tsunami energetico »
Maurizio Bigazzi è presidente di Confindustria Toscana e di Confindustria Firenze. Presidente, il 2022 sarà ricordato come un annus horribilis segnato dalla guerra, dal caro energia e dall’inflazione che ha rialzato la testa. Come ha reagito l’economia toscana?
«Le imprese toscane sono state colpite duramente dallo tsunami energetico e dai rincari delle materie prime, ma non sono state travolte. Sono eroiche? Direi di sì. Il nostro Centro Studi lo evidenzia bene: dopo un primo trimestre 2022 spinto dalla domanda mondiale post pandemia, i mesi successivi hanno visto un leggero rallentamento. Nello specifico c’è stata una sostanziale tenuta produttiva fino a dopo l’estate. E anche le esportazioni hanno continuato a crescere totalizzando un +13% nel terzo trimestre. La Toscana ha chiuso, infatti, i primi nove mesi dell’anno a +11% in termini di vendite all’estero. Un dato positivo che, tuttavia, ha risentito della forte componente inflazionistica».
Maurizio Bigazzi, in qualità presidente di Confindustria Toscana, occupa un osservatorio privilegiato in fatto di analisi e previsioni economiche.
«La maggior parte dei comparti – sottolinea – ha registrato una crescita a doppia cifra nei volumi dell’export. La flessione ha riguardato i metalli, nei quali pesa la componente di quelli preziosi, la meccanica e gli autoveicoli che scontano, però, problemi di approvvigionamento di forniture. Nei mesi di ottobre, novembre e dicembre le tensioni energetiche sono state più pesanti, con segnali di rallentamento per il nostro tessuto produttivo. A livello nazionale i dati sui consumi di energia rilevano, infatti, sia per quanto riguarda l’energia elettrica, sia per il gas, flessioni per il civile e soprattutto per l’industriale. L’indice elaborato da Terna sui consumi industriali delle imprese energivore, ha registrato infatti in ottobre una flessione del 6,1% rispetto allo stesso mese del 2021; mentre la domanda di gas per l’industria si è fermata a -23,6% ad ottobre e a -20,5% a novembre. Questo potrebbe preannunciare un rallentamento produttivo».
L’aumento dei tassi d’interesse sembra essere l’unica risposta possibile per tagliare le unghie all’inflazione, ma rischia di deprimere l’economia. Quali prospettive vede per il 2023?
«Siamo preoccupati, anche se è difficile fare previsioni. Certo, se i rincari energetici non frenano in maniera drastica, il rischio che i margini delle imprese si riducano ulteriormente è fondato. Il timore è che il sistema produttivo si trovi in seria difficoltà per costi energetici e per un maggior costo del credito. Per questo pensiamo che serva grande attenzione al tema dell’energia, ma anche a quello del credito. Saranno questi i banchi di prova per le imprese. E gli aumenti dei tassi di interesse avranno ricadute negative sulla spesa delle famiglie, oltre che sugli investimenti delle aziende e sul costo del debito pubblico. I nuovi aumenti dei tassi, quindi, potrebbero contribuire a frenare la crescita economica con ricadute negative anche sull’occupazione».
Taglio del cuneo fiscale: finora la proposta di Carlo Bonomi, presidente nazionale di Confindustria, è stata di fatto inascoltata. Secondo lei, cosa si deve o comunque cosa è possibile fare per rimettere un po’ di soldi in tasca ai lavoratori e spingere i consumi?
«La strada maestra è appunto quella di ridurre il cuneo fiscale e dare risorse ai lavoratori, anche per sostenere la domanda interna. Deve però trattarsi di un intervento non meramente simbolico, perché sarebbe del tutto inefficace rispetto all’obiettivo prefissato».
Burocrazia e impresa: quali sono le difficoltà che si incontrano in Toscana?
«È un problema atavico e nazionale. Troppa burocrazia e troppi vincoli all’attività di impresa: se mai ce ne fosse stato bisogno, ne abbiamo avuto un’ulteriore prova durante questa crisi energetica, quando le imprese per la loro sopravvivenza hanno presentato istanze per impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili trovandosi di fronte dinieghi e vincoli. La tutela del paesaggio deve essere contemperata con la necessità di procedere verso quella transizione energetica che nel ricorso alle rinnovabili ha una delle sue principali leve. A partire della geotermia che contribuirebbe a ridurre ulteriormente la dipendenza energetica della nostra regione, con ricadute importanti per le famiglie e le aziende. Ma il rapporto tra pubblica amministrazione e imprese deve essere orientato alla massima certezza e coerenza anche quando le aziende sono fornitrici del sistema pubblico. Una misura come quella del payback per i fornitori sanitari rischia solo di affossare le aziende del settore e di minare il rapporto di fiducia tra imprese e pubblica amministrazione. La norma va soppressa. Semplificare è un imperativo da attuare senza perdere altro tempo, anche perché è in arrivo nella nostra regione un’ingente massa di investimenti nel campo delle energie rinnovabili, del riciclo e della gestione dei rifiuti, dell’innovazione legati all’attuazione del Pnrr. Serve quindi un’opera di semplificazione forte sia del quadro normativo regionale, partendo anche dalla disciplina del governo del territorio, sia sotto il profilo organizzativo, per mettere in condizione la macchina regionale di affrontare questa importante sfida con tempi industriali».
Come colmare il mismatch (disequilibrio) tra formazione e mondo del lavoro?
«Anzitutto smettendo di demonizzare gli studi tecnici. Il sistema industriale toscano ha bisogno di figure tecniche qualificate. E per questo occorre un orientamento efficace, già dalle scuole medie. Stiamo lavorando su questo punto con iniziative specifiche, perché le imprese cercano esperti qualificati in meccanica, meccatronica ed energia, ma più della metà non trova figure adeguate. Analogo il quadro per gli elettronici e gli elettromeccanici. E potrei continuare. In ogni settore mancano tecnici qualificati. Non a caso stiamo spingendo sugli istituti tecnici superiori (Its) che formano le figure di cui le aziende hanno bisogno». l
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