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Se il volley è libertà. Detenute e atlete giocano al Don Bosco: una partita che diventa indimenticabile
Un’occasione per scoprire all’interno del carcere una realtà inaspettata e sorprendente: il racconto
Una massa di persone vestite di arancione, luoghi degradati e spogli, guardie inflessibili pronte a riversare la propria rabbia sui detenuti, lunghi corridoi grigi, celle, tantissime celle che si susseguono indistintamente una dopo l’altra, tutte uguali. Sono queste le caratteristiche che ci immaginiamo quando pensiamo a un carcere.
Tuttavia molte di queste sono solo frutto dell’influenza di film e serie tv che hanno da sempre rappresentato il penitenziario come un luogo in cui tutte le speranze dell’animo umano vengono irrimediabilmente spente dalla desolazione di questi ambienti, come se i carcerati fossero ridotti a un stato di bestialità tale da far perdere loro i propri sogni e le proprie aspirazioni tra i tortuosi corridoi del carcere.
Dietro le sbarre si cela un mondo sconosciuto per chi si trova dall’altra parte, spesso stereotipato. Al di là delle alte e imponenti mura vivono persone come noi che dentro di sé racchiudono desideri, fantasie, idee e progetti, magari sul futuro, quando potranno riassaporare l’odore di libertà.
Eppure l’immaginazione, la creatività e il “genio” non possono essere fermati da barriere fisiche. Possono percorrere sentieri infiniti e sconosciuti, attraversare confini invalicabili verso luoghi inaccessibili. Per questo è fondamentale dare ai detenuti – che possiedono i requisiti necessari – la possibilità di intraprendere un percorso di studi.
Nonostante la leggera e impercettibile libertà del nostro intelletto, la mente umana può ricadere appesantita nel vortice della solitudine. Molti detenuti sono stati abbandonati dalle famiglie e le uniche persone con cui possono avere rapporti, non sempre positivi, sono i compagni di stanza.
Dietro l’immagine stereotipata del carcerato insensibile e freddo, però, si nasconde una persona che, come tutti noi, ha bisogno di affetto, calore, anche di un semplice abbraccio che le ricordi che c’è qualcuno al di là di quelle sbarre che pensa a lei. La solitudine distrugge tutte le speranze e i sogni; per questo è necessario che all’interno delle case di reclusione vengano organizzate attività di gruppo.
Così è stato nei giorni scorsi al carcere Don Bosco di Pisa.
È martedì 13 dicembre. Francesca, Matilde e Giulia (nomi di fantasia), ospiti del carcere pisano, aspettano con trepidazione di incontrare, di nuovo, le ragazze della Bellaria Volley. Non è la prima volta. Già il 25 novembre cinque atlete della squadra di pallavolo, intimorite e allo stesso tempo eccitate, hanno oltrepassato i cancelli del Don Bosco in un’iniziativa nata nel 2021 per avvicinare i detenuti allo sport. Per le atlete è l’occasione di scoprire all’interno del carcere una realtà inaspettata e sorprendente.
Il 13 dicembre tra l’aria gelida invernale si staglia una rete da pallavolo malandata, pozze d’acqua ricoprono il grigio cemento. È freddo, molto freddo, eppure la vivacità e l’esaltazione di chi dopo tanto tempo riassapora la spensieratezza del divertimento scalda gli animi che, leggeri, si abbandonano alla gioia del momento, dimenticandosi delle altre mura che circondano il campo. Nessuna barriera fisica separa le due realtà, nemmeno la rete. Le due squadre sono miste, ci si incita, si esulta e si sorride insieme. Sono proprio i sorrisi delle ragazze del Don Bosco e il loro affetto racchiuso in un caldo abbraccio di gratitudine che le cinque atlete ricorderanno uscendo dal carcere.
*Studentessa di 17 anni del liceo classico XXV Aprile di Pontedera
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