Sicurezza
In piazza contro i rincari: ecco il popolo dello sciopero generale
Viaggio tra gli operai che non arrivano alla fine del mese: questa manovra ci punisce. C’è chi non mangia carne per darla ai figli, chi rimanda gli acquisti, chi vende l’auto
C’è chi è andato per la prima volta al discount a fare la spesa. Perché nei supermercati “normali” arrivare a 100 euro a carrello si fa presto. Troppo presto. Chi invece ha dovuto dare via la propria auto. O ridurne l’utilizzo. Il bollo, la revisione. Poi la benzina. Una pioggia di spese che si accumulano e si accumulano. Finché non si possono più affrontare. E allora si taglia. Via la carne. La si dà solo ai propri figli. Invece si compra pane, pasta, latte. A quello è difficile, impossibile rinunciare. Però «come si fa a vivere sempre in tensione, facendo attenzione a tutto?», si chiede Manuele Potito, 30 anni, addetto al trasporto pazienti all’ospedale di Santa Maria Novella a Firenze. E allora, con l’affitto da pagare, non si accende il riscaldamento. Non si comprano dei prodotti che, pur avendo delle allergie, sarebbero i più indicati. Scelte che vanno fatte. Eppure pesano. È l’esperienza quotidiana della “massa lavoratrice”. Voci che si intrecciano per ritrovarsi in piazza il prossimo venerdì, quando ci sarà lo sciopero generale. Dove ci sono le rivendicazioni sindacali, certo.
C’è la Manovra del nuovo governo. Che ancora «privilegia chi ha più soldi, mentre gli altri lavoratori non riescono ad arrivare a fine mese», denuncia il 40enne Mario Della Pina, operaio alla Gaia Spa di Massa Carrara. È qui il nocciolo della questione. E rimane, anzi peggiora, la costante difficoltà a non arrivare a fine mese. A «dover posticipare – racconta Mario – l’acquisto di un paio di scarpe perché prima c’è da fare la revisione della macchina».
A non poter aiutare i propri nipoti, da pensionati, come si vorrebbe. Allora bisogna dire basta. È a quel punto che i singoli lavoratori si scoprono collettività. Da chi guadagna mille euro al mese ai cosiddetti “ceti medi”, sempre più in difficoltà. Tutti costretti a fare «rinunce non semplici rispetto all’anno scorso. Non solo – racconta la 41enne Elena Mataresi, collaboratrice scolastica all’Ici Micali di Livorno – nella spesa alimentare, diventata insostenibile anche nei prodotti basilari. Sono una mamma monoreddito, mille euro al mese, con un figlio con disabilità. A livello socio assistenziale lo Stato non ti aiuta, devi affrontare da solo ogni tipo di spesa sanitaria e terapeutica. E allora devi eliminare quello a cui tu puoi rinunciare. Per sopravvivere. Non vivere. La carne, per esempio, la do solo a mio figlio. Decidi di dare un’alimentazione idonea alla tua famiglia e basta, non puoi fare altro. L’automobile poi l’ho dovuta dismettere, tenendo solo un’auto in comune con i miei genitori. La priorità è l’affitto. E i bonus – aggiunge – che danno sono meteore: in quel momento aiutano, ma è un’emorragia. E siamo stanchi».
Mille euro per vivere devono bastare anche a Manuele, dell’ospedale fiorentino. E quindi «un figlio lo vorrei – confida – ma come farei a mantenerlo? Quando devi pagare un affitto medio di 600 euro, cosa puoi fare? Stai attento a tutto, dal vestiario ai farmaci se non li passa la mutua. Non accendi il riscaldamento metti un maglione in più. Quando fai la spesa prediligi pane e pasta, costano meno. Uscire è un’utopia. In ospedale facciamo a gara per fare Capodanno in ospedale. Almeno siamo tranquilli di non dover scegliere se passarlo da qualche parte o da soli in casa. Vivi nel terrore che ti si rompa la macchina: dopo come vai al lavoro? Ci hanno tolto la dignità, nonostante i sacrifici (anche con la vita) fatti dal personale sanitario. I nostri stipendi – sottolinea – sono il frutto degli ulteriori tagli alla sanità e di una sempre maggiore esternalizzazione dei servizi. Se fossimo dipendenti pubblici non avremmo questi problemi. Ma le ditte private lucrano sui lavoratori».
Sa bene cosa significhi fare attenzione anche Rossella Teodori, cuoca in una mensa scolastica a Firenze, 1.400 euro al mese. «Soffro di allergia – racconta – e devo stare attenta con degli alimenti particolari. Ma se sono più costosi ci devo rinunciare, ovviando in un’altra maniera. Senza contare che, come le mie colleghe, vengo da due anni di pandemia con le scuole chiuse, e quindi da un retroterra di difficoltà sulle spalle. Nel nostro caso il contratto si sospende con la chiusura degli istituti, come nel periodo estivo». E le difficoltà non si arrestano di fronte al posto pubblico. «Il Comune di Firenze – racconta l’impiegato comunale Lorenzo Vanni – sta cercando di assumere figure professionali, ma non li trovano perché gli stipendi nel pubblico sono troppo bassi. Tutto è aumentato. Si riesce a mettere da parte molto meno rispetto agli anni scorsi. E il peggio non si è ancora visto».
Un caro vita che non coinvolge solo i diretti interessati, ma che a cascata si ripercuote sull’intera famiglia, come racconta la pensionata Gabriella Graziani che, dopo 42 anni di lavoro nella pubblica amministrazione, percepisce una pensione di circa 2mila euro. «Ora è sempre più difficile sostenere i nipoti o i figli con contratti sempre più precari. Bloccare la rivalutazione delle nostre pensioni ha anche questo effetto. Ora per risparmiare sulla spesa abbiamo cominciato ad andare al discount o a ridurre l’uso della macchina, visto il costo della benzina. Non possiamo più fare da “taxisti” ai nostri nipoti. Ma spesso i giovani se non c’è una famiglia dietro non possono nemmeno comprarsi la macchina. Ho dovuto fare io da garante. Scioperiamo per portare avanti una denuncia prima che sia troppo tardi».
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