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Bonus cultura, il prof del Sant’Anna di Pisa: «Serve un nuovo meccanismo e non litigare per 230 milioni di euro»

di Sara Venchiarutti
Bonus cultura, il prof del Sant’Anna di Pisa: «Serve un nuovo meccanismo e non litigare per 230 milioni di euro»

L’intervista a David Natali, docente di politica comparata e politica europea: «Va rimodulato nell’ottica di una politica per giovani che acquisisca risorse strutturali»

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«Non è una paese per vecchi», scriveva il premio Pulitzer Cormac McCarthy in America. Per l’Italia invece è tutto il contrario. «Sia come bilancio statale, sia come finanziamento delle amministrazioni locali e come budget familiare, per tradizione in Italia si investe poco sui giovani», dice il professor David Natali, docente di politica comparata e politica europea alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. Ecco perché «discutere sulla riduzione di risorse già così scarne, prevedendo una sorta di soglia o pre condizione per l’accesso al bonus cultura dedicato ai neo diciottenni, mi vede alquanto perplesso».

Professore, come mai?

«Il primo dato da cui partire è l’investimento sui giovani nell’ambito del bilancio dello Stato italiano. Qui il welfare si concentra molto sulle politiche pensionistiche e sanitarie, che si rivolgono alle fasce di popolazione d’età più avanzata, mentre è molto debole su quelle più giovani, a partire dalla scuola. Insomma, l’Italia investe poco sulle nuove generazioni».

E il bonus per i neo diciottenni?

«Si tratta di un intervento che in termini di spesa è piuttosto limitato: il tetto di spesa complessiva, tra l’altro mai raggiunto, ammonta annualmente a 230 milioni di euro. Al contrario, solo per dare un’idea, la Quota 103 prevista e introdotta dalla legge di bilancio per il sistema pensionistico comporta un aggravio del bilancio pubblico pari a 1,8 miliardi di euro. Poi c’è da dire che in Italia, dove appunto si investe poco sui giovani, il bonus cultura sembra aver riscosso successo: misure simili sono state introdotte in altri Paesi, come Spagna e Francia, sulla scia di esperimento italiano. Poi c’è un altro tema».

Quale?

«Se il meccanismo dei bonus sia la misura più efficace nella gestione della spesa pubblica nel sociale. Ci vorrebbero interventi più strutturati, che vadano a definire delle politiche coordinate. Questa è una riflessione che va fatta, ma che ha poco a che vedere con il dibattito legato alla rimodulazione del bonus cultura, che sembra orientato a una riduzione della spesa, limitandola solo alla popolazione dei bisognosi per mezzo della soglia Isee. Tema che appunto mi convince poco. Le risorse sono già scarne, soprattutto se paragonate ad altre voci di spesa pubblica. In più il numero dei destinatari, oltre a essere piuttosto ridotto, è storicamente trascurato dal legislatore italiano. Sembra più una battaglia di retroguardia».

Quindi bisognerebbe rivedere il sistema, più che il bonus.

«Sì, il bonus può essere rimodulato nell’ottica di una politica per giovani che acquisisca risorse strutturali. I giovani sono il grande problema di questo paese: in Italia il numero dei Neet, i giovani non attivi né sul mercato del lavoro né nel campo dell’istruzione o formazione professionale, raggiunge livelli che non hanno eguali negli altri paesi dell’Unione Europea, con percentuali molto alte soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Dovrebbe esserci una ricalibratura verso i giovani delle politiche redistributive di welfare. Invece l’attuale legge di bilancio aggrava il disequilibrio a favore della spesa per le fasce più anziane della popolazione. E intanto litighiamo per 230 milioni di euro». 

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