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Cinema

Il film “Aftersun”, esordio super firmato Wells

di Luna Onnis*
Il film “Aftersun”, esordio super firmato Wells

Nel cast l’irlandese Paul Mescal e un nuovo volto, la giovane Francesca Corio. La recensione scritta da una studentessa di 17 anni del liceo XXV Aprile di Pontedera

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“Aftersun”, lo stupefacente film di debutto della scozzese appena trentacinquenne Charlotte Wells, già conosciuta per aver girato tre corti e per essere apparsa nel “25 Faces of independent film” del Filmmaker Magazine, fin dalla première all’annuale Film Festival di Cannes ha lasciato tutti a bocca aperta, ricevendo apprezzamento ed esaltazione dalla critica.

Nel cast troviamo l’irlandese Paul Mescal e un nuovo volto, la giovane Francesca Corio che insieme narrano la breve vacanza in Turchia di Calum, giovane padre divorziato, e della sua bambina di undici anni Sophie.

“Aftersun” è un film tenero, agrodolce, malinconico che, dietro la gioiosa vacanza, immersa nel sole e nel mare, e il profondo amore che lega padre e figlia, nasconde le sofferenze e le difficoltà di un genitore, diventato tale troppo velocemente e in modo improvviso. Un genitore che desidera dare il meglio alla propria bambina, da lui amatissima, ma che, nonostante tutti i suoi sforzi, non riesca mai a sentirsi pienamente soddisfatto.

L’uomo cerca di essere un padre modello, ma spesso crolla, piange silenziosamente, interpreta un ruolo per la figlia, si mostra affettuoso e la supporta in ogni modo, ponendosi come qualcuno di cui si potrà sempre fidare e a cui potrai raccontare ogni cosa.

La maschera, però, non regge, tende a cedere sotto lo sguardo attento e sensibile di Sophie che, come ogni bambino e quasi-adolescente, riesce a cogliere quella vulnerabilità e instabilità da cui il padre cerca di scappare in ogni modo, per garantire quello standard di felicità familiare, anche se solo apparentemente.

La pellicola non presenta colpi di scena drammatici e drastici, ma scorre in modo totalmente naturale. Wells lascia al film stesso la narrazione; con le sue inquadrature raffinate ed eleganti, l’uso sapiente e opportuno della luce, dei colori, le differenti prospettive che ci regalano punti di vista e simboli nuovi e la costruzione controllata della scena, il risultato finale è perfettamente armonico, come se ciò che ci viene presentato non potesse che andare in quel modo preciso.

Ciò che, a primo impatto, può sembrare banale, ci regala una sensibilità sottile che esprime a pieno e in maniera semplice e compatta la complessità del rapporto tra figli e genitori, in questo particolare caso, tra padri e figlie: uno cerca di apparire sempre al meglio, l’altra, osservatrice, che cerca di conciliare l’immagine di suo padre con quella di un uomo a lei sconosciuto in un disperato bisogno di risentirlo come proprio, ora che non è più presente.

La regista riesce a descrivere in modo delicato e struggente quest’amore che può causare gioia, rabbia, dolore, e che, nonostante sia incondizionato, non riesce a essere sincero.

Ci fa amaramente ricordare che non conosceremo mai, davvero, i nostri genitori, la loro vita prima della nostra nascita, ciò che fanno ogni giorno per noi e come implicitamente ci hanno continuato ad amare, anche nei momenti più dolorosi. l

*Studentessa di 17 anni del liceo XXV Aprile di Pontedera
 

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