Il Tirreno

Toscana

L'intervista

Englaro e la battaglia che scosse le coscienze degli italiani: «Su mia figlia una violenza inaudita»

di Sara Venchiarutti
Englaro e la battaglia che scosse le coscienze degli italiani: «Su mia figlia una violenza inaudita»

Il caso Eluana e l’autodeterminazione terapeutica, parla il padre divenuto suo malgrado simbolo di questa battaglia: «Il diritto di dire lasciatemi morire è una cosa diversa rispetto all’eutanasia»

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Quindici anni e nove mesi. 5.750 giorni durante i quali Eluana ha vissuto in uno stato vegetativo a seguito di un incidente stradale. Ma non c’è stato un momento in cui Beppino Englaro ha pensato di desistere per sua figlia. «Sono un cjargnel (carnico in friulano, ndr), abbiamo la testa durissima. E mia figlia – dice al telefono – era uguale». Alla fine a Udine il 9 febbraio 2009 le spine dei macchinari si sono staccate. E dopo diversi anni è arrivata la legge sull’autodeterminazione terapeutica. Il diritto di dire: «lasciatemi morire. Che – sottolinea Beppino – è una cosa completamente diversa rispetto all’eutanasia e al suicidio assistito. Anche al tempo non capirono la differenza».

Englaro, qual è stata quindi la vostra battaglia?

«Mi sono occupato dell’autodeterminazione per il caso di mia figlia. È tutta un’altra cosa. Quello del suicidio assistito è un diritto nuovo, rispettabilissimo e che sono il primo a sostenere, mentre quello di Eluana era un diritto costituzionale da mettere in atto tramite una legge. In pratica abbiamo rivendicato un diritto fondamentale che era già esigibile nel 1992. E quindi tutto il percorso è stata una rivendicazione di questa libertà, per cui Eluana si era espressa in privato senza però lasciare nessuna prova scritta».

Era questo il problema?

«Esatto. Eluana, nella situazione in cui si era venuta a trovare, avrebbe detto un “no grazie, lasciate che la morte accada”. Però questo non è stato. È di una violenza inaudita quello che hanno fatto a mia figlia, creando una condizione di vita estranea a tutto quello in cui lei credeva. Mi dicevano “l’istinto va verso la vita”, ma ci sono cose peggiori della morte. Il tabù di Eluana non era la morte, ma la profanazione del suo corpo senza averne controllo».

Si arrivò a una normativa?

«Sì, adesso c’è la legge 219, entrata in vigore nel 2018, sull’autodeterminazione terapeutica, e cioè le disposizioni anticipate di trattamento. La persona può mettere nero su bianco le sue decisioni subito, in previsione del caso in cui si trovi nelle condizioni in cui si è trovata Eluana, stabilendo cosa potrà essere fatto e cosa no».

Quindi la differenza con il suicidio assistito è questa?

«Sì, l’autodeterminazione dice semplicemente “lasciami morire, interrompete le cure” prima di arrivare allo sbocco della rianimazione e dell’eventuale stato vegetativo. Eluana non era malata. Si trovò in uno stato che non esiste in natura, ma a seguito della rianimazione, a cui Eluana avrebbe detto di no proprio perché correva il rischio a 360 gradi di andare incontro a una condizione che lei ben conosceva».

Come?

«Un anno prima capitò un incidente analogo a un suo amico. Mancava una legge, c’era solo la Costituzione. E ci vollero tutti quegli anni per arrivare alla decisione della Corte suprema di cassazione: se Eluana aveva quei convincimenti e se la medicina aveva creato quella condizione di stato vegetativo permanente, che lei considerava peggiore della morte, la metodica della rianimazione allora andava sospesa».


 

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