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Liberi di stare male per essere felici: il podcast che mi ha cambiato l’umore
Nella nostra società parliamo poco di emozioni e, quando succede, le dividiamo in positive e negative. Ma davvero ha senso? L'articolo di una studentessa di 17 anni pubblicato nell'ambito del progetto del Tirreno "Scuola 2030"
Dario Matassa è un copywriter e un content creator a cui mi sono avvicinata nel 2019 e che mi ha fatto compagnia con il suo podcast dandomi spunti di riflessione e lasciandomi molti punti interrogativi.
Ha sempre espresso le sue idee anche sul suo blog “Dario Matassa” e, ogni volta che leggo un suo articolo o ascolto un episodio del suo podcast, vengo completamente assorbita dal suo modo di parlare e di scrivere.
Oggi voglio parlare nello specifico di un vecchio episodio, “Stare male è normale”, del 7 febbraio 2019 uscito sul suo canale podcast “Secondario”.
Qui Dario Matassa tratta la percezione che abbiamo delle emozioni, la rappresentazione che abbiamo di esse e quanto siamo condizionati dagli altri nel mostrare cosa proviamo.
Con questo episodio mi sono avvicinata al suo modo di vedere il mondo, e in questo articolo cercherò di rappresentare e interpretare a modo mio l’idea di Dario soffermandomi sulle parti che per me sono state più significative.
Nella nostra società parliamo poco di emozioni e, quando succede, le dividiamo in positive e negative. Ma davvero ha senso? Davvero associare le emozioni positive al bene e quelle negative al male funziona?
Sia social media che genitori, fin da quando siamo piccoli, ci fanno implicitamente capire che per essere felici e stare bene dobbiamo togliere l’elemento negativo dall’equazione della nostra vita, dobbiamo combattere e distruggere l’emozione con il segno meno davanti. E senza volerlo siamo cresciuti con l’idea che il dolore, l’angoscia e la solitudine debbano sostare solo per un breve istante nella nostra mente, pensiamo che la gioia e la serenità debbano avere più importanza della tristezza.
Ma perché bisogna sempre attribuire un aggettivo a cosa proviamo? Le sensazioni negative sono importanti tanto quanto quelle positive e vanno trattate sullo stesso piano, che ci facciano stare bene o male.
Quando siamo con le altre persone mostriamo sempre la metà sana della mela sperando che nessuno noti la parte “marcia”; ma perché lo facciamo? Ha davvero senso?
Le persone hanno paura di far vedere la sofferenza, hanno paura di mostrare le loro imperfezioni, quando tutti noi siamo imperfetti.
Ogni essere umano è impreciso e pieno di errori, è un quadro astratto che in assenza di un elemento non avrebbe più un senso. È quindi inutile e controproducente sotterrare in un angolo le emozioni sgradevoli ed evitare di mostrarle per paura di non essere felici, di non essere visti felici.
Forzarsi di stare bene non equivale a stare bene, e per stare bene non serve eliminare il male che si prova.
Non serve a niente affrontare la vita serenamente quando tutto va male, perché quando arriviamo alla fine della giornata e proviamo un senso di vuoto ci sentiamo sbagliati.
Dobbiamo capire che non esiste un modello perfetto di felicità, non esiste la perfezione e nessuna delle nostre emozioni merita di essere ignorata o ci deve far paura.
L’unico modo per stare bene è sentirsi liberi di stare male.
*Studentessa di 17 anni del liceo XXV Aprile di Pontedera (Pisa)
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