La gonna, simbolo della protesta per i diritti negati: un gesto semplice pensando alle donne dell'Iran
Come Mahsa Amini, centinaia di donne hanno dato la propria vita per la libertà: «È pensando a queste donne che ho indossato la mia gonna». L’articolo di una studentessa del Calamandrei di Sesto Fiorentino che aderisce al progetto del Tirreno “Scuola 2030”
È tutto quanto non è concesso alle donne iraniane che, dal secolo scorso, vivono sotto l’ombra di un regime oppressivo che, attraverso un nuovo decreto del 15 agosto, ha ulteriormente inasprito le leggi già restrittive circa l’abbigliamento.
È recente l’avvenimento che ha visto protagonista la ventiduenne iraniana Mahsa Amini, in vacanza con la famiglia a Teheran. Il 13 settembre è stata bloccata dalla polizia vicino alla fermata della metro con l’accusa di aver indossato il velo in modo errato.
La giovane, la quale sarebbe apparentemente andata contro una restrizione inaspritasi alla luce del nuovo decreto, è stata trasferita nel centro di detenzione di Vozara. Qua, secondo le testimonianze del fratello, delle urla avrebbero preceduto l’arrivo di un’ambulanza che ha poi trasportato il corpo esanime della giovane fino all’ospedale più vicino. Alcune ore dopo Mahsa Amini è stata ricoverata in coma. Poco dopo i genitori hanno sporto denuncia per le percosse che hanno portato la figlia alla morte. Ed è dilagata la protesta.
Oltre alle donne è sceso a manifestare e a chiedere giustizia un gran numero di uomini. È ormai una battaglia per l’affermazione dei diritti che riguarda tutti: i giovani, gli anziani, le classi facoltose come quelle meno abbienti.
Da quel momento sono iniziate a circolare sempre più foto e video di donne immortalate a bruciare i propri veli, a tagliarsi i capelli, ad andare contro le autorità e a cantare per i diritti che spetterebbero loro di nascita. Senza contare le tante riprese che hanno visto contrapposti gli studenti dell’università di Sharif e la polizia locale, o quelli dell’università di Sanandaj, capoluogo della provincia iraniana del Kurdistan nonché terra natale di Mahsa Amini. Questi ultimi sono stati protagonisti di una sparatoria provocata da alcuni basiji, componenti di una forza paramilitare iraniana voluta nel 1979 dall’ayatollah Khomeini. Sparatoria alla quale alcuni sorveglianti dell’università hanno provato a porre fine facendo da scudo con il proprio corpo.
È la moral suasion, la “persuasione morale”, che si sta dunque dimostrando la migliore arma per innescare un processo di solidarietà da parte di tutto il mondo. Milioni di tweet e post sono rimbalzati da est a ovest, dimostrandosi il migliore alleato delle donne iraniane per far conoscere le loro istanze.
Intanto in Iran, in questo clima di repressione, in due settimane sono state uccise 133 persone e, per contenere e minimizzare le notizie in entrata e uscita dal Paese, è stata staccata la rete cellulare, così come l’accesso ai social network e la connessione a Internet, rendendo difficile, se non impossibile, per la gente del posto comunicare con i propri cari.
La censura si è dimostrata in più di un’occasione, lo strumento preferito per soffocare i movimenti di emancipazione del popolo, nel senso della promozione effettiva dei diritti dell’uomo. E delle donne.
Malauguratamente non è la prima volta. Nel 2019 si stima siano state uccise tra le 1.400 e le 1.500 persone.
Come Mahsa Amini, centinaia di donne hanno dato la propria vita per la libertà. Ed è pensando a queste donne che ho indossato la mia gonna.
*Studentessa di 16 anni del Calamandrei di Sesto Fiorentino
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