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Toscana

Il commento

Dai prestiti del Littorio ai Bot people

di Alessandro Volpi
Dai prestiti del Littorio ai Bot people

Il ruolo del debito pubblico nella storia e nella politica italiana

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Il debito pubblico ha avuto nella storia italiana un peso decisivo. Già nel 1861 il ministro delle finanze del neonato Regno d’Italia, il banchiere livornese Pietro Bastogi, doveva riconoscere i debiti dei precedenti Stati della penisola italiana per evitare tensioni con le banche francesi che godevano della protezione di Napoleone III, grande alleato di Vittorio Emanuele II. I buoni del Tesoro di allora – i nostri Bot – erano infatti quasi interamente in mani estere, di case bancarie davvero molto influenti come i Rothschild ed i Péreire, che decidevano le sorti finanziarie italiche, imponendo al fragile regno il pagamento di interessi stellari, spesso vicini al 9%, con uno spraed rispetto ai titoli della Corona inglese mediamente intorno ai 500 punti; il debito pubblico, fino all’inizio del Novecento, era dunque un pesante costo per le casse italiane e un buon affare per la finanza di stanza a Parigi e a Londra.

Un primo, significativo cambiamento si ebbe nel periodo giolittiano quando la sempre più evidente insostenibilità dell’indebitamento pubblico, che aveva superato il 90% del Pil, spinse il liberale piemontese a concepire una imponente operazione di “conversione” della rendita. In altre parole, Giolitti per abbattere il costo degli interessi decise unilateralmente di pagare ai possessori dei titoli italiano il 3,5% di interesse, liberando una gran massa di risorse pubbliche e rendendo il debito più tollerabile.

Una simile operazione fu resa possibile da una circostanza eccezionale di quel momento rappresentata dal fatto che una parte crescente dei buoni del tesoro, dei “bot”, veniva acquistata dagli emigrati italiani, desiderosi di destinare i loro risparmi ad una forma di impiego patriottica e sicura. Così, nel giro di pochi anni, si assistette al duplice fenomeno della “nazionalizzazione” del debito pubblico e della sostenibilità del debito stesso, il cui rapporto con il Pil tornò a scendere verso il 70%.

La prima guerra mondiale provocò una nuova impennata del debito, legata in gran parte alle spese di guerra, che raggiunse il livello record del 160% del Pil. Il fascismo cercò di spengere questa fiammata introducendo una serie di prestiti forzati, i cosiddetti Prestiti del littorio, per vendere ai risparmiatori italiani titoli del debito con interessi molto bassi, assai al di sotto del tasso d’inflazione. Mussolini presentò simili operazioni con grande enfasi retorica arrivando a bruciare nel braciere dell’Altare della patria, nel 1928, i vecchi titoli troppo costosi che il fascismo aveva sostituito, appunto, con i Prestiti del littorio, ma per i risparmiatori si trattò di un vero e proprio disastro perché il divario tra i rendimenti garantiti e il tasso di inflazione si ampliò a dismisura, contribuendo all’impoverimento di larga parte delle famiglie, di fatto obbligate alla sottoscrizione.

I buoni del tesoro tornarono ad avere un peso nella vita degli italiani solo all’inizio degli anni Settanta; nel dopoguerra e nel periodo del “miracolo” infatti il debito italiano era stato a lungo sostenibile con un rapporto virtuoso con il Pil spesso intorno al 50% e, quindi, la necessità di trovare compratori dei “bot” era assai limitata. Fino al 1981, poi, tutti i titoli di Stato che restavano invenduti venivano acquistati dalla Banca d’Italia, con la conseguente garanzia di un collocamento capace di tenere bassi i rendimenti.

Il quadro cambiò nel corso degli anni Ottanta quando l’inflazione e la liberalizzazione dei flussi di capitale, che consentiva ai risparmiatori italiani di comprare titoli del debito anche di altri paesi dove i tassi erano più alti, generarono la necessità per il Tesoro di pagare interessi fino al 14-15%. Prese corpo così il fenomeno dei cosiddetti “Bot people” – un’espressione che richiamava i boat people, i vietnamiti in fuga in barche di fortuna dal loro paese - , della gran massa di risparmiatori italiani alla ricerca di un impiego sicuro in grado di metterli al riparo dall’inflazione; i Bot assolsero, negli anni Ottanta e per una parte degli anni Novanta, a quella funzione, generando però al contempo una lievitazione del debito che divenne pari al 120% del Pil.

Questa situazione si è profondamente modificata con l’introduzione dell’euro capace di gelare l’inflazione e di consentire così il pagamento di interessi più bassi sui titoli del debito pubblico italiano che hanno cessato di essere attraenti per i risparmiatori e sono stati sottoscritti sempre più dalle banche, soprattutto da quelle estere, con la liquidità concessa a buon mercato dalla Bce.

Ora i “nuovi” Bot indicizzati potrebbero ritrovare il loro “popolo”.

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