Italia
Compie 85 anni Ugo Pagliai, icona del teatro e della tv in bianco e nero
Il maestro pistoiese con “Il segno del comando” inchiodò 15 milioni di italiani davanti al piccolo schermo
Un grande attore teatrale prestato alla tv in bianco e nero dalla voce profonda e inimitabile e dal volto rassicurante per i telespettatori che attendevano con ansia gli sceneggiati Rai in onda sul programma nazionale.
Dove la recitazione scandiva il tempo sostituendo gli odierni effetti speciali. Sono 85 le candeline che oggi spegne un mostro sacro della prosa e del piccolo schermo come Ugo Pagliai che da oltre 60 anni calca i palcoscenici italiani con la stessa passione e l’identica emozione degli esordi. Toscano di nascita e romano d’adozione l’inimitabile artista che ha doppiato i grandi del cinema – da Robert Redford a Omar Rifasar – festeggerà il compleanno con la compagna di vita e di scena Paola Gassmann, la prima figlia dell’inimitabile Vittorio, che divide con lui da 54 anni successo e difficoltà quotidiane e con i figli, i nipoti e gli amici più cari. Lui, grande appassionato di cucina, non sarà ai fornelli: «Non preparerò la ribollita, una delle mie specialità che richiede tempo. Ho la fortuna di avere sotto casa un’ottima pescheria che prepara piatti particolari. Mi occuperò soltanto di riscaldare il forno». Il successo non l’ha cambiato e l’umiltà è rimasta il suo brodo primordiale andando a braccetto con educazione e la signorilità. «Sono nato nel 1937 alla periferia di Pistoia, ma poco dopo ci trasferimmo alle Casermette, a nord della città. Non dimentico mai le mie origini proletarie».
Da Pistoia a Roma
Ugo Pagliai nasce da babbo Narciso, commesso nel noto negozio di stoffe “Chiti”, e mamma Gina, casalinga, figlia del direttore dell’ospedale psichiatrico: «Anche se dal 1958 vivo nella capitale, il legame con la mia città è rimasto fortissimo. Possiedo ancora una mansarda in piazza della Scala». Sin da bambino è pervaso dalla passione per la recitazione: «Nel periodo bellico ricordo mia madre che, specie d’inverno, quando usciva a fare la spesa mi chiedeva di fare la guardia alla casa. Ero piccolo e indossavo un cappello da coppino mi sistemavo lo scaldino tra le gambe e mi piazzavo sull’uscio. Fingevo di interpretare il mestiere del portiere del palazzo. Oppure mi mettevo gli abiti di mio padre con il cappello da cowboy e allo specchio per assomigliare a Pecos Bill, personaggio dei fumetti, che per fermare i nemici usava il lazo perché già allora detestavo le armi». Da adolescente frequenta il teatro amatoriale: «Mi sono formato sulle tavole del palcoscenico del teatro Provinciale, oggi Piccolo Teatro Mauro Bolognini, una sala ricavata da un palazzo Settecentesco. La mia prima commedia a 16 anni, s’intitolava Marina. Facevo parte della compagnia filodrammatica Accademia Pistoiese del Ceppo fondata dal dentista Fabrizio Rafanelli, che credeva ciecamente nel mio talento e mi spinse a 18 anni a iscrivermi all’Accademia di arte drammatica Silvio D’Amico a Roma». Ma la vittoria del premio di drammaturgia Vallecorsi non sarebbe bastate ad avallare quella scelta. C’era da superare lo scoglio della famiglia: «Mia madre era dalla mia parte, ma mio padre era fermamente contrario sostenendo che l’attore non era un mestiere e alla fine sarei stato un morto di fame. Per me era pronto un posto come commesso. Come l’ho convinto? Recintando una sera la lirica leopardiana “A Silvia”. Quella poesia mi ha portato talmente fortuna che l’ho proposta con successo anche per un esame in Accademia. Grazie a una serie di borse di studio nel 1960 ho conseguito il diploma con compagni di corso come Carmelo Bene. Il debutto? Teatro Grande di Pompei con la compagnia di Salvo Randone per la prima dell’“Antigone” interpretando uno dei corifei».
Da Pirandello alla tv
«Le mie svolte artistiche passano dal mio autore preferito: Luigi Pirandello. Da “Le Novelle”, il primo libro acquistato, al padre di “Sei personaggi in cerca d’autore” per la prima audizione in Accademia sino all’”Enrico IV” con Paola Gassman» dice l’attore toscano che nel 1962 sbarca in tv con una serie di piccoli ruoli. «Lì ho conosciuto dei grandi maestri della recitazione: da Giancarlo Sbragia a Tino Buazzelli, da Mario Checchi a Gino Cervi. Il più simpatico? Paolo Stoppa: ogni volta che lo incontravo voleva che parlassi in dialetto toscano infarcendolo con modi di dire popolari e qualche parolaccia. E lui rideva di gusto».
Gli sceneggiati
Ma Ugo Pagliai diventa un’icona degli anni Settanta grazie a uno sceneggiato – all’epoca le fiction si chiamavo così – che ogni domenica dal 16 maggio al 13 giugno 1971 per cinque puntate (contrassegnate dalla sigla finale “Cento campane”) inchiodò davanti al televisore quasi 15 milioni di spettatori attratti dalla trama tra il giallo e l’esoterismo: «Il segno del comando». A sceglierlo come attore protagonista fu il regista Daniele Danza: «Mi aveva visto al cinema in Lawrence d’Arabia. Ero il volto ideale per fare il professore di letteratura inglese che sbarca a Roma per la scoperta inedita di un diario di lord Byron». Fu un successo inimmaginabile che paralizzò il Paese rimanendo negli annali Rai: «Ricordo che la gente chiudeva gli ombrelloni in spiaggia con un’ora in anticipo per fiondarsi nel salotto di casa e assistere alle 21.15 alla messa in onda della puntata. Il “Segno del comando” più che far paura era inquietante. C’era suspence e non lasciava mai tranquillo lo spettatore costretto a fare i conti con le proprie paure come la morte e l’aldilà. Non era un horror e gli effetti speciali erano fatti di luci e ombre. Ci fu poi una curiosa coincidenza: scoprii che proprio in via Margutta, dove giravamo lo sceneggiato, abitava un pittore che si chiamava Tagliaferri. Lo stesso cognome della casa dell’artista dove abitava il professor Forster che io interpretavo. Lì per lì mi pervase una forte suggestione come ci fosse la presenza di strane entità» Una cosa è certa: grazie a quella performance televisiva Ugo Pagliai divenne un sex symbol: «Diciamo che ricevevo tante lettere di fans che mi chiedevano un appuntamento e appena mettevo il naso fuori dall’uscio di casa la richiesta di autografi era il minimo che mi potesse capitare». E quattro anni dopo ecco “L’amaro caso della baronessa di Carini”: «Anche lì il regista fece centro: grande accoglienza di pubblico e critica. Alla fine divenni una sorta di cittadino onorario di Carini e in Sicilia sono sempre stato accolto con grande calore».
I progetti futuri
“Romeo e Giulietta” con protagonista l’inossidabile coppia Ugo Pagliai- Paola Gassman è stato interrotto dal Covid: «Peccato, eravamo riusciti a coinvolgere tanti giovani che si erano avvicinati al teatro» dice l’attore – appassionato di sci e tifoso della Fiorentina in virtù dell’amicizia che lo legava al terzino pistoiese Ardico Magnini – che da pochi giorni ha concluso le riprese di un film dal titolo: “Dimmi ancora di me” di Daniela Tamburini e Carlotta Vigliani sulla vita dello psichiatra e psicanalista Diego Napolitani, fondatore negli anni Settanta di tre comunità terapeutiche e tra i pionieri italiani nella conduzione di gruppi di orientamento psicoanalitico: «Ho fatto una ventina di film, ma le mie priorità mal si conciliavano coi tempi delle riprese. Il cinema non aveva bisogno di me».
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