Toscana
Vargas Llosa a Firenze: «Racconto il genio di Borges, amo i vostri musei e la vostra letteratura»
Il premio Nobel sudamericano commenta anche le elezioni brasiliane: «Bolsonaro non mi piace, è un pagliaccio, ma Lula è responsabile di aver corrotto i presidenti del Perù»
Firenze Mario Vargas Llosa è un signore elegante e decisamente più vitale di quanto potrebbero far supporre i suoi 86 anni. È a Firenze in questi giorni per presentare le sue ultime fatiche letterarie, due volumi dedicati rispettivamente a José María Arguedas e Jorge Luis Borges, appena pubblicati anche in Italia: “L’utopia arcaica”, stampato da Edizioni Centro Eielson, e “Mezzo secolo con Borges”, edito da Le Lettere. In entrambi, e soprattutto nell’organizzazione della tre giorni fiorentina del premio Nobel per la letteratura, c’è lo zampino del centro studi Jorge Eielson, istituzione nata a Firenze attorno alla figura dello scrittore peruviano morto nel 2006, uno dei più importanti del panorama latinoamericano del Novecento, e che si avvale proprio della direzione di Vargas Llosa per il comitato scientifico.
Innamorato della città del giglio, di cui dice «è bellissima, passeggiare per le sue strade è uno spettacolo meraviglioso e amo molto i suoi musei», il grande autore peruviano ha inaugurato ieri pomeriggio la mostra “Jorge Eduardo Eielson e l'antico Perù” e sarà impegnato domani in un colloquio con la studiosa Martha Canfield nel Salone dei Cinquecento (su invito); oggi si svolge invece il convegno internazionale dedicato all’analisi della sua opera. Esprime il suo apprezzamento per molti autori italiani, «la Romana di Moravia è una novella meravigliosa, così come mi è piaciuto moltissimo il giardino dei Finzi Contini», e di Firenze apprezza il primato linguistico, argomento che gli è particolarmente caro: per lui la parola è strumento di unificazione, di pace, al punto da riconoscere alla colonizzazione spagnola del Sudamerica questo aspetto positivo. La possibilità di capirsi è vista come occasione di creare un ambiente conciliato, e lo scrittore si dichiara convinto che i conflitti tra gruppi etnici si siano sensibilmente ridotti grazie all’utilizzo della medesima lingua dal Messico all’Argentina. In questo aspetto la sua posizione diverge da quella del caro amico Arguedas che invece era un sostenitore della lingua quechua, antico idioma locale, e più in generale uno degli esponenti di spicco del movimento letterario e poi politico indigenista del Sudamerica, che si poneva l’obiettivo di combattere la discriminazione degli indigeni. Il libro sul lavoro di Borges, invece, raccoglie interviste al maestro argentino e riflessioni sul suo lavoro. Sulle prime pagine, una poesia scritta per lui da Vargas Llosa - curiosamente composta proprio a Firenze nel 2014 - che ben sintetizza l’ammirazione del peruviano per Borges, definito «lo scrittore più sottile ed elegante del suo tempo» e «troppo intelligente per scrivere romanzi».
Un’ultima riflessione a margine della presentazione riguarda la situazione in Sudamerica, e la posizione critica dello scrittore nei confronti del neoeletto Lula in Brasile: «Bolsonaro non mi piace, è un pagliaccio, ma Lula è responsabile di aver corrotto i presidenti del Perù ora indagati - tra cui Toledo. Per questo non posso gioire della sua elezione». Una voce sorprendentemente controcorrente, spia di una situazione complessa, fatta di molte ombre e impossibile da definire nitidamente, come emerge anche nel suo recente romanzo storico “Tempi duri”, in cui gli intrecci difficili della politica continentale sono analizzati a partire dagli eventi del 1954 che porteranno al colpo di stato del Guatemala.
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