Sicurezza
Non chiamateli "giochi da ragazzi": il gaming serve anche a imparare
Uno studente dell'istituto nautico Cappellini di Livorno - che aderisce al progetto del Tirreno "Scuola 2030" - racconta il mondo dei videogiochi e la sua evoluzione
LIVORNO. Stare davanti allo schermo di un videogioco, anche con i propri amici, aiuta il cervello a staccare dallo stress e a rilassarsi e divertirsi. Così è per me.
Personalmente giocare mi ha aiutato molto, soprattutto perché ho imparato un sacco di cose, a partire dalle lingue straniere. Ho aumentato anche la mia cultura personale e la conoscenza di altri Paesi.
Da cinquant’anni a questa parte la tecnologia si è molto evoluta finché non si è arrivati a creare una realtà virtuale.
Indossando degli occhiali particolari e delle cuffie, riusciamo a interagire con persone di nazionalità diverse dall’altra parte del mondo. Questi accessori permettono di visitare posti nuovi, vicini e lontani, che non conoscevo.
La storia dei videogiochi è iniziata oltre mezzo secolo fa. In breve lo sviluppo e l’innovazione hanno portato questo tipo di intrattenimento a diventare un importante settore dell’industria.
Oggi si disputano gare a livello internazionale (Esports) con premi di altissimo valore, e il gaming – termine inglese che indica il mondo dei videogiochi – è arrivato a diventare un vero e proprio sport con allenamenti settimanali e difficoltà da non sottovalutare. Ma gli aspetti positivi non finiscono qui.
Grazie alla possibilità di giocare in rete con altre persone, nascono e si rafforzano molte amicizie. Sui portali vocali un giocatore può anche farsi vedere grazie alla “cam”, la telecamera.
Le amicizie che vengono create solo tramite uno schermo, però, sono molto limitanti perché chi si ferma a questo stadio poi, nell’incontro faccia a faccia, trova difficoltà a rapportarsi con gli altri.
Le persone dietro allo schermo, insomma, non sempre rispecchiano quelle che sono nella realtà. Ho conosciuto tanti ragazzi che “face to face”, faccia a faccia, sono diversi, nel senso che non coincidevano con le descrizioni che si erano fatti online.
Nonostante ciò sono riuscito a creare delle amicizie solide, che durano ancora oggi. E se il videogioco è un ambiente virtuale, un’amicizia vera è la cosa più reale che ci sia.
*Studente dell’Istituto nautico Cappellini di Livorno, 17 anni
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