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Povera Minnie, accostarla a quella goliardata nazista

di Michele Gambino
Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli
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Galeazzo Bignami e Giovanni Donzelli

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Non era stato assolutamente facile digerire la nomina a sottosegretario in un governo democratico di un signore che non molti anni orsono si vestiva da nazista per festeggiare un addio al celibato.
Già le parole “festa” e “nazismo”, se le parole hanno un senso, a metterle insieme producono la stessa sensazione del gesso quando graffia la lavagna.

E subito però il diretto interessato, Galeazzo Bignami, uomo di fiducia e collaboratore di Giorgia Meloni, nonché figlio di un noto esponente del Movimento Sociale Italiano di Bologna, ha messo in campo l’unica difesa possibile, un fiume ininterrotto di belle parole: abiura del nazismo, professione di granitica amicizia con Israele, richiamo al sacro valore della democrazia e così via.

Va bene, abbiamo pensato: con uno che si diverte a vestirsi da nazista non prenderemmo manco un caffè, però è anche vero che siamo sopravvissuti a fior di sottosegretari camorristi, mafiosi, tangentisti e affaristi. Sopravviveremo anche a Bignami, che comunque – come Mussolini – ha fatto anche delle cose buone, o almeno una: si è scusato.

Un velo pietoso sembrava aver coperto le goliardate del sottosegretario. Tutto bene, si fa per dire, fin quando non è calato come un falchetto sulla discussione il responsabile dell’organizzazione di Fratelli d’Italia, Giovanni Donzelli, il quale di Bignami è amico, anzi amicissimo: lo considera l’uomo più intelligente del mondo, ed è pronto a mettere la mano sul fuoco per lui, e a difenderlo contro tutti. A Donzelli non basta il velo pietoso: essendo più bignamiano di Bignami, ha deciso di dimostrare che il neo sottosegretario non ha nulla da rimproverarsi per il travestimento da nazista. Aveva un asso nella manica Donzelli, e con sprezzo del pericolo, nonché del ridicolo, l’ha calato nello studio del programma “L’aria che tira”, su La 7: ha rivelato che lui da bambino una volta a carnevale, si è vestito da Minnie, la fidanzata di Topolino.

Ora, tutti noi da bambini ci siamo vestiti da fatina, da Zorro, da cowboy, da Robin Hood, da Biancaneve, e sappiamo bene di cosa si parla. Perciò abbiamo soppesato da competenti le argute parole di Donzelli, vi abbiamo rimuginato sopra, ne abbiamo esplorato il recondito significato, e infine abbiamo esclamato tra noi e noi, in romanesco: “Ma che stava a di’?”.

Cioè: quale nesso può mai esservi tra le motivazioni di un bambino che si veste da cartone animato e quelle di un uomo che si veste da nazista? A parte il fatto che quando un bambino indossa l’abito da Robin Hood si sente proprio Robin Hood, e se incontra lo sceriffo di Nottingham sono guai. Se questo è vero, e ogni ex bambino sa che è vero, spiace dire a Donzelli che potrebbe aver segnato un clamoroso autogol.

La questione però è molto più semplice: a fronte di una vicenda come quella di Bignami la logica e il buon senso vogliono che l’unica difesa possibile sia il bel tacere, che è propedeutico al dimenticare. Perché se invece ti metti d’impegno a cercare giustificazioni ad un comportamento ingiustificabile, sei costretto ad arrampicarti sugli specchi. E a furia di arrampicarti finisce che scivoli, e atterri sulle terga dell’incolpevole Minnie.


 

 

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