Il Tirreno

Toscana

L'intervista

Lazzareschi e l’impero Sofidel: «Radici in Italia, futuro nel mondo»

di Luca Cinotti
Lazzareschi e l’impero Sofidel: «Radici in Italia, futuro nel mondo»

Parole d’ordine: internazionalizzazione, innovazione, sostenibilità

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È l’uomo che guida l’impero dei rotoloni Regina e delle “formichine”, le figure che tutti vediamo transitando dalla Firenze-Mare, accanto allo stabilimento della Sofidel. Punta di diamante del distretto cartario di Lucca che ha garantito al territorio, in tempo di crisi, un benessere stabile. Ma che ora si trova davanti altre sfide e pericoli. Luigi Lazzareschi, amministratore delegato di un gruppo da due miliardi di fatturato, lo racconta in questa intervista al Tirreno.

Il cartario ha rappresentato (con la sua filiera) un importante punto di riferimento per l’economia lucchese durante le varie crisi che si sono succedute negli ultimi anni. Il settore ha ancora, secondo lei, capacità di resilienza, anche di fronte alla questione del caro energia?

«Nel 2021 l’industria cartaria italiana nel suo complesso si è collocata al secondo posto in Europa dopo la Germania. Siamo primi nelle carte per usi igienico-sanitari e terzi per cartoni e packaging. In questo contesto, il distretto cartario lucchese rappresenta il maggior polo produttivo. Una realtà industriale solida, fatta di imprese leader nella produzione della carta tissue e del packaging, ma anche di grandi imprese meccaniche. Una realtà che investe in sostenibilità e innovazione, ha capacità formativa, relazioni, know-how. La crisi energetica, con prezzi del gas in alcuni momenti decuplicati, ha certamente colpito e sta colpendo duro. Come il caro materie prime. Ma il distretto per ora ha tenuto. In questo scenario a preoccuparmi ora è l’import da Paesi extra-europei. Prezzi di container e trasporti navali in calo e costi energetici nettamente inferiori, consentono oggi a Paesi come Cina e Turchia di far giungere la loro carta sui nostri mercati. La carta tissue è voluminosa e leggera. Farla viaggiare per molti chilometri fino a oggi era economicamente insostenibile. Ora, in queste condizioni, sta avvenendo. Una concorrenza sleale che specula sulla guerra, sul sostegno che l’Europa sta garantendo all’Ucraina. Se la situazione si protraesse, potrebbe avere impatti economici e occupazionali. E pure ambientali, visto che molto spesso le regole in questo campo in quei Paesi sono meno vincolanti. Dobbiamo lavorare per scongiurare questi rischi».

Ecco, l’ambiente: il gruppo Sofidel ha ricevuto molti riconoscimenti su questo versante. Come è possibile dare corpo a un’azione di responsabilità ambientale delle aziende che non si risolva in un furbesco greenwashing? Quali sono le azioni più importanti che avete messo in campo?

«È uno dei rischi che, per parte nostra, abbiamo sempre lavorato per evitare. Per questo fin dal principio abbiamo scelto di collaborare con partner autorevoli e di far verificare obiettivi e risultati da parti terze. Proprio quest’anno celebriamo il 15° anniversario della partnership con Wwf che, partita con l’adesione al programma “Climate Savers” per la riduzione su base volontaria delle nostre emissioni climalteranti, si è poi estesa all’approvvigionamento responsabile della cellulosa e a numerose attività di sensibilizzazione indirizzate soprattutto ai giovani. Per noi è stata un’esperienza importantissima. Anche formativa. Oggi, ad esempio, i nostri obiettivi di riduzione della CO2 al 2030 sono approvati da Science Based Targets initiative come coerenti con le riduzioni necessarie a limitare il riscaldamento globale secondo quanto previsto dall’Accordo di Parigi. E in questo momento lavoriamo molto sui rating di sostenibilità, i cosiddetti reporting Esg (Environmental, Social, Governance). Una delle tante sigle della sostenibilità un po’ oscure, dietro la quale però c’è sostanza. Si tratta di metodologie di rendicontazione sofisticate che consentono alle imprese di documentare e condividere all’esterno l’effettiva capacità di gestire i rischi ambientali, sociali e di governance cui l’acronimo inglese fa riferimento. Un modo concreto per combattere anche il greenwashing. Nell’ultima che abbiamo effettuato, lo scorso agosto, con Morningstar Sustainalytics, uno dei principali istituti indipendenti di ricerca Esg e rating, Sofidel è risultata al primo posto, su 103 aziende a livello globale, nella sua industry di riferimento, Household Products, quella della carta tissue».

Lei è l’ad di un grande gruppo che opera in più continenti. Come è bilanciato il vostro impegno (e il vostro fatturato) tra Italia e resto del mondo?

«Sì, alla metà degli anni ’90 Sofidel ha compiuto una scelta strategica fondamentale: quella di internazionalizzarsi, portando la produzione vicino ai mercati di sbocco. Una scelta che ritenevamo necessaria, perché i nostri prodotti hanno margini bassi e un’incidenza alta dei costi di trasporto. Insieme all’innovazione tecnologica e alla sostenibilità questo è stato per noi uno dei fattori di sviluppo fondamentali che ci ha permesso, in più passaggi, di diversificare i rischi e di essere più resilienti. Oggi siamo presenti in 13 Paesi: oltre all’Italia, Spagna, Regno Unito, Irlanda, Francia, Belgio, Germania, Svezia, Polonia, Ungheria, Grecia, Romania e Stati Uniti. In questo quadro l’Italia conserva una centralità assoluta e in termini di fatturato – anche a fronte di realtà economicamente e demograficamente più rilevanti – resta il nostro terzo mercato. Un mercato fondamentale, anche in termini di ideazione e di sviluppo di innovazioni di processo e di prodotto».

In un’intervista rilasciata nel 2017 al nostro giornale, lei sostenne che il futuro del gruppo Sofidel si sarebbe giocato soprattutto negli Stati Uniti. Cinque anni dopo conferma quella previsione, o è cambiato qualcosa?

«Gliela confermo. Fra l’altro proprio quest’anno festeggiamo il nostro decimo anno di attività in quel Paese. Dieci anni di gran lavoro, oltretutto attraversati dalla pandemia, ma dieci anni di crescita. Siamo partiti nel 2012 con tre stabilimenti e 317 persone. Oggi abbiamo sei stabilimenti produttivi, un corporate office a Horsham, in Pennsylvania, e oltre 1600 persone attive. E con il 22,5% del nostro fatturato totale – il dato si riferisce al 2021 – il mercato statunitense è il primo del Gruppo. Un mercato destinato a crescere ancora e che, oltretutto, nel contesto dell’attuale crisi energetica, consente a Sofidel di gestire un po' meglio questo momento difficile, perché il costo dell’energia negli Stati Uniti è inferiore a quello europeo».

Quali sono le linee di sviluppo di Sofidel per l’area lucchese?

«L’area lucchese è e rimarrà il quartier generale globale di Sofidel. Qui abbiamo le nostre radici storiche e identitarie e qui possiamo contare su un tessuto di competenze e collaborazioni – dal sistema scolastico e universitario, alla ricerca, alla filiera dei fornitori – non facilmente reperibile in altre aree del mondo. Forti di questa consapevolezza collaboriamo a più livelli per favorire lo sviluppo del distretto. Di recente, ad esempio, con il supporto dato, come main sponsor, alla prima edizione di Pianeta Terra Festival, una manifestazione che ha offerto contributi di riflessione e stimoli importanti sui temi della sostenibilità e della transizione energetica e sociale. Un evento per me che ben si abbina a un distretto che aspira a essere d’avanguardia e che certamente vuole contribuire con i fatti alla costruzione di un futuro migliore per le persone e per il pianeta. Sul piano più operativo, nel contesto della crisi energetica, penso invece sia da seguire con attenzione il tema delle comunità energetiche industriali per svilupparne una a livello distrettuale».

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