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Mafie in Toscana, Calleri: «Rischiamo un'invasione, ogni anno fatturano 17 miliardi». I tre casi simbolo
Il presidente della Fondazione Antonio Caponneto: droga, riciclaggio e usura dalla costa a tutta la regione
Non ancora un vero radicamento, ma nemmeno più una presenza pulviscolare. Le organizzazioni criminali continuano a prediligere una struttura "fluida" in Toscana, ma con una forte spinta, come sottolineato anche nell’ultimo rapporto sui "fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana" elaborato dalla Regione e dalla Scuola Normale di Pisa, alla stabilizzazione. Con tentativi di colonizzazione che trovano terreno fertile nelle sacche di marginalizzazione etnica ed economica e modelli organizzativi che cercano nelle crisi, prima quella legata alla pandemia e adesso quella collegata all’emergenza energetica, inedite opportunità di radicamento.
Traffico di droga, riciclaggio, smaltimento illecito di rifiuti e usura per un "fatturato" stimato di oltre 17 miliardi di euro. Camorra e ’ndrangheta, le due organizzazioni che hanno esteso in Toscana le proprie arterie. «Ci sono preoccupanti segnali anche di un ritorno della mafia siciliana», sottolinea Salvatore Calleri, presidente della Fondazione Antonino Caponnetto che avverte: «La Toscana rischia un’invasione»
Presidente, negli ultimi mesi l’elevato numero di arresti e sequestri fanno ipotizzare una considerevole presenza delle organizzazioni criminali in Toscana. Qual è la situazione?
«Quella che emerge, anche dall’ultimo rapporto della Dia, è una situazione da non trascurare: vengono confermate le presenze storiche di camorra e ’ndrangheta, ma si assiste anche ad un ritorno della mafia. Un aspetto assolutamente da non sottovalutare. Abbiamo dei segnali che la mafia non solo non è scomparsa dalla Toscana, ma che nel silenzio sta pian piano tornando».
Quali sono le attività più "redditizie" per le mafie in Toscana?
«Traffico di droga, riciclaggio e usura. Fenomeni, quest’ultimi, che con il Covid prima e la guerra e il caro bollette oggi, rischiano di aumentare a dismisura».
Qual è il giro di affari della criminalità organizzata in Toscana?
«Il fatturato è di 17 miliardi di euro, 220 miliardi di euro in Italia».
Le zone toscane più ambite dalla criminalità organizzata?
«Un tempo era solo la costa, ora tutta la regione. La costa è sempre un punto primario degli interessi delle organizzazioni criminali (il porto di Livorno è ormai in linea con quello di Gioia Tauro), ma il rischio di penetrazione è alto ovunque».
Nel dicembre 2020, la scarcerazione di un esponente della camorra è stata "festeggiata" con fuochi d’artificio sparati a Firenze, città dove era detenuto, e contemporaneamente a Nocera Inferiore, luogo di origine. La criminalità in Toscana non agisce più nell’ombra?
«La mafia si adatta al territorio e quindi in Toscana tende ad essere meno visibile. Ci sono però segnali in controtendenza e i continui fuochi d’artificio che si sentono in varie città della Toscana sono ormai un segnale di un cambio della presenza criminale sul territorio».
Qualcuno la chiama "variante toscana", una criminalità non radicata, ma solo di passaggio per determinati traffici. È così?
«La Toscana non ha avuto gli anticorpi che tutti pensavamo esistessero e sta subendo l’invasione di queste organizzazioni. La variante toscana non c’è, perché significherebbe l’esistenza di una mafia toscana: non c’è, ma il passaggio è breve».
Il Pnrr: un’opportunità per l’Italia, ma anche un possibile, ghiotto, boccone per le mafie?
«È un’occasione, non solo in Toscana, per le organizzazioni criminali che sono già attrezzate con i loro tecnici e pronte a fare cassa».
La criminalità organizzata non è solo italiana. In Toscana esiste una presenza straniera?
«Ci sono diverse mafie straniere: albanese, nigeriana e cinese, dedite soprattutto al traffico di droga e alla prostituzione. Si tratta però di organizzazioni che stanno evolvendo. Spesso, anche in sinergia con gruppi italiani».
Esiste quindi una sorta di integrazione tra organizzazioni diverse?
«Ci sono ad esempio gruppi misti albanesi-calabresi. L’integrazione che non esiste nella società esiste tra i mafiosi».
Quali sono gli anticorpi che la Toscana deve sviluppare?
«Le direzioni distrettuali e le forze di polizia non hanno mai smesso di lavorare. Il problema è politico: quello delle mafie non è un tema all’ordine del giorno. In Toscana però ne stiamo parlando e questo è un punto importante per arginare questi fenomeni».
Il patto di Viareggio
Nel 1989 il clan organizza il traffico illecito dei rifiuti, nasce così la Terra dei fuochi
Nel 1989 in un bar della Passeggiata a Viareggio, si incontrano alcuni boss della camorra. Indisturbati, decidono le tariffe di smaltimento (illecito) dei rifiuti: tariffe in lire al chilo, affari miliardari. Le discariche al nord scarseggiano. La Campania accoglie e sotterra tutto. Impianti in Toscana e Umbria sono pronti a “ripulire” solo cambiando documenti e i codici ai rifiuti tossici e nocivi provenienti da Marghera, ai rifiuti ospedalieri e industriali del nord, ai fanghi non depurati di conceria. Nasce il patto di Viareggio. Al centro c’è l’imprenditore campano Luigi Cardiello: risiede a Pietrasanta, ma è cugino di Francesco Schiavone, amministratore, consigliere del clan dei casalesi, poi collaboratore di giustizia. È quello che farà scoprire la Terra dei fuochi. Cardiello è “Re Mida”: «Noi appena tocchiamo la monnezza la facciamo diventare oro».
La guerra fra gruppi rivali
Musumeci contro Tancredi, gli omicidi per strada degli anni Ottanta e Novanta
Il “boss” della Versilia negli anni ’80 è il catanese Carmelo Musumeci. Bische, droga, rapine, molti omicidi attribuiti, anche se solo per uno la condanna come mandante: quello dell’ex portiere della Carrarese Alessio Gozzani. Amico del suo nemico, l’aquilano Ludovico Tancredi, vicino a Pippo Messina, boss della droga in Lunigiana, ammazzato il 12 ottobre 1989. Dopo 24 ore, a Marina di Massa viene ucciso Paolo Bacci, trafficante di cocaina in Versilia (clan Musumeci). Il 23 dicembre, Marco Palma, contabile del clan Musumeci, viene ritrovato in un canale alla periferia di Viareggio. Il 12 febbraio 1990, Tancredi spara a Musumeci. Scampato all’agguato, ordina l’omicidio Gozzani. Poco dopo viene arrestato. Dal 30 aprile 2022 Musumeci è libero: «Sono un uomo diverso da quelle guerre per il controllo del territorio».
La mafia in Maremma
Peppe “O’ Biondo” a Follonica persone vicine ai Casalesi e perfino i Casamonica
iclaggio, appalti e gioco d’azzardo, le attività “italiane”. Invece, dice uno studio della Normale di Pisa, «il controllo della manodopera nel comparto vitivinicolo sarebbe appannaggio di caporali albanesi, poi rumeni e moldavi; nell’olivicoltura ci sono caporali pachistani e turchi». A Follonica anni fa si era stabilito Giuseppe Di Girolamo, detto Peppe “O’ Biondo”, 60 anni, già condannato per appartenenza alla nuova camorra organizzata e per omicidio. Secondo le indagini, riciclava soldi gestendo un hotel con una società intestata alla moglie. Nel settembre 2019 il tribunale di Santa Maria Capua Vetere gli ha sequestrato i beni. La Dia attesta a Follonica persone ritenute vicine ai Casalesi mentre, per la Procura di Roma, i Casamonica avrebbero svolto riciclaggio nella ristorazione.
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