Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Baby gang, il professor Dugato: «Non lasciamo tutto il peso della formazione alle famiglie»

di Ilaria Bonuccelli

	Marco Dugato
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Marco Dugato

Un dato è certo secondo il docente: il fenomeno cresce perché l’Italia non è un Paese per giovani

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Sono bande, ma non proprio (o non sempre) organizzate. Compiono atti di violenza - bullismo, di vandalismo o risse - spesso per reazione al disagio. Di rado, in Toscana nascono come gang con finalità criminali. Anche se poi arrivano a compiere reati. Definire il fenomeno delle gang giovanili è complicato, spiega Marco Dugato.

Dugato è referente dello studio condotto da Transcrime, centro di ricerca interuniversitario tra Cattolica di Milano, Alma Mater di Bologna e università di Perugia. Un dato è certo: il fenomeno delle baby gang cresce perché l’Italia non è un Paese per giovani.

Professor Dugato, le baby gang sono tutte uguali?

«No. La principale distinzione è fra quelle che hanno una finalità criminale e quelle che non ce l’hanno, il cui motivo aggregante è la socialità e al cui interno si sviluppano dinamiche per le quali alcuni membri iniziano a commettere azioni che possono diventare criminali ma che sono azioni dimostrative: risse, atti di bullismo, atti vandalici».

Il bullismo non è meno grave perché il gruppo che lo commette non nasce con intenti criminali.

«Certo che no. Ma delinquenza giovanile e comportamenti devianti, negli adolescenti non sono una novità di questi ultimi anni. Il bullismo non è un fenomeno recente. Di nuovo, semmai, c’è la dimensione social che può creare meccanismi che auto-alimentano il fenomeno attraverso la rete».

In che modo?

«Da un lato Internet rende accessibile modelli di comportamento a una platea molto più ampia rispetto a prima. Inoltre c’è il rischio di avere accesso a modelli criminali (attraverso video, serie tv, etc) affascinanti: i ragazzi sono molto avanti da un punto di vista tecnologico, ma spesso non hanno strumenti per discernere cosa deve essere seguito e cosa no».

Con quali effetti?

«L’emulazione. Poi c’è la tentazione di superare i limiti raggiunti con un comportamento deviatoper ottenere più visualizzazioni. E questo desiderio può avere un effetto accelerante di certe dinamiche violente».

Ma perché oltre a compiere atti di bullismo o vandalismo c’è anche il desiderio di pubblicare i video?

«Il gruppo fornisce un’identità anche a chi non è problematico. L’esposizione sui social è solo un rafforzativo dell’identità del gruppo, all’interno del quale la violenza è un valore, la spavalderia (che si manifesta ad esempiocoi vandalismi a scuola) diventa motivo di vanto».

Fra l’altro i dati ci dicono che la violenza giovanile (soprattutto nei minori) è in aumento. Perché?

«Ci sono varie ragioni. Negli anni si è acquisita una nuova consapevolezza che certi comportamenti sono sbagliati e pericolosi e quindi si è registrato anche un aumento delle denunce.

Inoltre queste situazioni aumentano perché l’Italia è un paese che tendenzialmente ai ragazzi non riserva grandi opportunità. Non fornisce una prospettiva di lavoro ai giovani, neppure di famiglie non disagiate. Così si creano difficoltà di rapporti sia con il mondo degli adulti sia fra giovani perché cresce l’insoddisfazione».

È per questo che spesso i ragazzi non fermano gli atti di bullismo e addirittura li filmano per postarli?

«Le dinamiche di gruppo non sono cambiate. Per i ragazzi sentirsi accettati è sempre stato importante: mettersi dalla parte dell’emarginato significa chiamarsi fuori dal gruppo, rischiare di diventare la vittima. La questione social è diversa: se io registro, non mi sento responsabile di quello che accade, perché fra me e la violenza metto il filtro dello schermo. Poi se lo posto, divento anche popolare perché guadagno un sacco di like. E qui ritorniamo alla difficoltà di discernimento fra mondo social e realtà».

Scusi, ma allora come se ne esce?

«Con un sostegno ai ragazzi, senza lasciare tutto il peso della formazione alle famiglie. Puntando sulla scuola, che è l’unico imbuto da cui tutti i giovani passano».


 

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