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Giorgio e la guerra, cento anni dopo: il sopravvissuto al lager Allori ospite del Tirreno – Video

di Mauro Zucchelli
Giorgio e la guerra, cento anni dopo: il sopravvissuto al lager Allori ospite del Tirreno – Video

Giorgio Allori, centenario, direttore del nostro giornale per un’ora sceglie i temi: «Apriamo sull’Ucraina. Putin un nazista. I russi? Mi liberarono»

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LIVORNO. «Chi vincerà la guerra in Ucraina? Nessuno. Per dirlo prendo a prestito una frase, credo di Einstein: “Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la terza guerra mondiale, so per certo che la quarta sarà combattuta coi bastoni e con le pietre”»

Non te l’aspetteresti davvero che una frase del genere la pronunciasse un ex generale dell’Esercito ma Giorgio Allori, cent’anni compiuti da poco, la guerra l’ha conosciuta. E non al sicuro nelle retrovie bensì da ragazzo, all’indomani dell’armistizio, quando i nazisti l’hanno sbattuto in lager: lui e i suoi commilitoni avevano rifiutato di stare con Hitler e il Duce.

Allori arriva al Tirreno per prendersi il suo singolare “regalo di compleanno” – il numero 100, nello scorso febbraio – e cioè, a distanza di oltre tre quarti di secolo, tornare nelle stanze del giornale dove lavorava lo zio Aldo Guerrieri, un po’ avvocato un po’ storico un po’ giornalista di sport e giudiziaria. Lui, Giorgio ragazzino, veniva nella stanza del direttore a leggere la Treccani per le sue ricerche scolastiche. Non è stato solo quello: il direttore del Tirreno Luciano Tancredi ieri mattina gli ha ceduto per un’ora il proprio ruolo, è stato Allori a guidare la riunione del mattino e decidere come impostare il giornale che state leggendo oggi.

Puntiamo sulla guerra

Allora su cosa apriamo il giornale? «Sulla guerra in Ucraina»: in Giorgio Allori ha un modo di sorridere che contagia buonumore e simpatia ma non ha nemmeno mezzo dubbio, e in lui torna la vecchia “attitudine al comando”. E come abbiamo visto non lo fa seguendo il cliché guerrafondaio che ci immaginiamo ritagliato addosso a ogni ufficiale. Al contrario, proprio perché conosce la guerra pensa che la prima cosa da fare sia evitarla.

Guai a mettersi in ginocchioni, però: non davanti ai nazisti né davanti a nessun altro. «C’è troppa falsa bontà in giro, bisogna saper dire anche “no”». All’aggressione di Putin, ad esempio: «E noi invece siamo stati un po’ a guardare». Poi: «Chi si metteva la maglietta di Putin forse avrebbe fatto meglio a mettersi quella del centravanti del mio Livorno» (e qui non c’è il nome ma l’unico leader italiano che l’ha fatto è stato Matteo Salvini…).


A chi gli chiede cosa avremmo dovuto fare, ribatte: «Mi domando se la Nato avrebbe fatto meglio a dare un altolà forte: all’inizio un po’ di truppe aviotrasportate paracadutate in territorio ucraino. Sia chiaro, sarebbe stata una scommessa: possibile anche una escalation verso l’uso dell’arma atomica e l’allargamento del conflitto. Quando ascolto qualcuno che teorizza l’uso del nucleare tattico come se fosse una bomba solo un po’ più forte, non so se mi viene da sorridere o da sgomentarmi». L’argomentare di Allori è semplice: ci sarà il problema di decontaminare l’area per un raggio di tot chilometri. E poi se uno rompe il tabù dell’uso del nucleare in un teatro di guerra nel cuore d’Europa, la controparte se ne starà con le mani in mano o, a sua volta, lancerà un attacco, altrettanto tattico ma potente il doppio?

Nei riguardi di Putin non nasconde rabbia e ostilità: e se la curva amaranto gli tributa un affettuoso abbraccio alla partita di domenica con uno striscione che ne ricorda l’esempio contro i “nazisti di ieri e di oggi”, chissà se lui infila fra i “nazisti” anche il leader di Mosca. La gente di Russia proprio no. «Me lo ricordo bene che io sono stato liberato dai russi. Con un episodio perfino paradossale che ci dice che nella prima linea dell’Armata Rossa arrivavano evidentemente poche informazioni. Un soldato sovietico si meravigliò di vedere me, italiano, nel lager: “Ma voi e i tedeschi siete alleati…”». Sembra una scena presa dal dialogo fra il tenente Innocenzi (Alberto Sordi) e il comando nel film “Tutti a casa”, capolavoro di Luigi Comencini.

I russi ci aiutavano

In guerra tante storie si mescolano e le linee di faglia – fra noi e loro, fra cos’è bene e cos’è male – si confondono: «Conosco militari italiani che erano sì invasori in terra sovietico ma gli abitanti non di rado li accoglievano al riparo nelle isbe. I nazisti invece erano nemici e basta, e gli sparavano».

Allori non è affatto rimasto prigioniero del sé stesso di qul passato remoto: confessa di aver vissuto sì, ma alla fin fine è lì che si ritorna. Al fatto di esser stato uno dei militari italiani “dimenticati” nel lager. «Eravamo nemici per i nazisti, – racconta – e in certo qual modo lo capisco: ci siamo rifiutati di star dalla loro parte e ci avevano catalogato come “internati militari” perché non volevano nemmeno riconoscerci lo status di prigionieri di guerra. Ma a guerra finita ci hanno dimenticato pure i “nostri”: eravamo scomodi perché noi militari non avevamo un partito alle spalle, e la Germania era meglio tenersela buona. I partigiani che hanno rischiato la pelle in montagna li rispetto perché erano combattenti, quelli che si sono messi la casacca l’ultimo giorno no».

Ma andiamo alla radice: caro Allori, chi gliel’ha fatto fare? La risposta è riassumibile così: era la cosa giusta. Lui preferisce le parole del codice di disciplina militare: «Non per timore di pena o speranza di ricompensa, ma per intima persuasione della loro intrinseca necessità».


Il giuramento nel lager

Lui, allievo dell’Accademia militare, è nella baracca del lager che presta giuramento: «L’abbiamo fatto rimettendo insieme il tricolore con i tre pezzi di stoffa – uno bianco uno rosso e uno verde – che fortunosamente tre ufficiali di Marina avevano salvato. Con il cappellano che ci copriva le spalle e due nostri amici ad avvisarci se fosse arrivato qualcuno». Un giuramento in nome di chi, se il re era scappato lasciando allo sbando le istituzioni e le persone? «Della bandiera, del nostro Paese».

Altro che il “secolo breve” di Eric Hobsbawm, quello di Giorgio Allori è un secolo lunghissimo: a cominciare dalla nascita nel ’22, l’anno della marcia su Roma. «Ma io sono ante-marcia, lo attesta l’anagrafe», dice lui con un sorriso che sa d’ironia e di salmastro.

E, a un secolo di distanza, adesso le destre sono al governo davvero, e per volontà degli elettori. Cosa ne pensa? Lui ha appena detto che un militare non si schiera in politica («se un ufficiale o un magistrato lascia quel ruolo di garante e il giorno stesso dovrebbe lasciare le forze armate o le aule di giustizia»): un’occhiata fulminante e il gesto di cucirsi la bocca. Neanche a rifargli la domanda girandola da un’altra parte, come nei vecchi commissariati.

Ma il futuro come lo vede? «Vorrei tanto poter rispondere con ottimismo. Non è così: quando sono tornato a Livorno c’erano solo macerie ma si sentiva nell’aria la voglia di rinascere, oggi quest’energia non la vedo». 
 

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