Attenzione
«Mai tante commesse come ora eppure lavoriamo in perdita»: il paradosso di chi produce ceramiche
Un vero e proprio boom dopo due anni di pandemia e il ritorno del turismo, ma ora è dura affrontare i costi dell'energia. L'analisi di Massimiliano Ninci, titolare di un'azienda di ceramiche a Certaldo
Quella della ceramica è una tradizione che esiste da migliaia di anni. In Toscana c’è sempre stata, dagli Etruschi ai capolavori dei Della Robbia. E ora tutto questo rischia di non esserci più. La linfa che fa andare avanti questa sapienza artigiana sono le piccole realtà, spesso a conduzione singola o familiare, duramente colpite dal caro energia. Perché la ceramica, per raggiungere la lucentezza che la contraddistingue, va cotta. Per questo servono i forni elettrici. Non c’è alternativa. E costano. Più del triplo rispetto all’anno scorso. «Il paradosso è che di lavoro ce n’è in abbondanza. Ma con queste spese energetiche ci conviene fermarci, non produrre. Più lavoro, più accumulo costi che non riesco a sostenere». È chiaro Massimiliano Ninci, titolare delle Ceramiche Ninci a Certaldo . «Se prima accendere il forno mi costava 20-25 euro per ogni infornata, ora ne spendo 70. E infatti in questo momento, come tutti nel settore, sto lavorando in perdita». Le commesse però continuano ad arrivare, anche più di quelle che si possono prendere. Un vero e proprio boom dopo due anni di pandemia e il ritorno del turismo. E il laboratorio di Massimiliano, nonostante tutto, continua a “sfornare” ceramiche artistiche dai colori sgargianti, apprezzate in tutto il mondo. «Ci vogliono – spiega l’artigiano – due momenti diversi di cottura: il primo per cuocere la terra, mentre la seconda tornata, per la quale bisogna arrivare a 960 gradi, riguarda la smaltatura e la pittura. Io mi occupo di quest’ultima parte».
Senza via di scampo
Il problema è che il settore della ceramica si trova stretto tra aumenti incomprimibili («Il forno va acceso per forza») e spesso l’impossibilità di scaricare questi aumenti sul mercato. «La mia – spiega Massimiliano – non è una vendita diretta e quindi non posso provare a scaricare una parte degli aumenti sul prezzo finale. E anche in questo caso non sarebbe semplice. Mi interfaccio con i punti vendita e, come anche le altre realtà artigiane, stilo il listino prezzi a inizio anno per comunicarlo ai clienti. A quel tempo però nessuno sapeva quello che sarebbe successo. E dopo è praticamente impossibile andare a ritoccare i prezzi, mentre i nostri fornitori ce li aumentano ogni due mesi». Insomma, un meccanismo che ha tutta l’inesorabilità del legame causa-effetto. «Siamo costretti – spiega l’artigiano – ad accettare gli aumenti perché senza quello strumento o materia prima non possiamo lavorare. E, anche se converrebbe, adesso non posso fermarmi perché sto producendo oggetti che sono già stati venduti dai negozi. Se chiudessi creerei un danno ai miei clienti. Quindi porterò a termine il mio lavoro per correttezza e serietà fino alla fine dell’anno. Poi valuterò cosa fare. Se la situazione continuerà così, sarà impossibile resistere a lungo».
Ceramica cotta col sole
Servono aiuti, e urgenti. E il fotovoltaico? «Può essere un aiuto importante – spiega Massimiliano – ma non è sempre la soluzione. Per il mio laboratorio non potrei installarlo, perché si trova sotto un’abitazione». Diverso è il caso dell’azienda “Ceramica Kamars”, a Chiusi, che realizza sempre prodotti artigianali artistici. «Il mio sogno – racconta il titolare, Flavio Ferdinando Foderini – è quello di cuocere le ceramiche con il sole». E cioè grazie ai pannelli fotovoltaici. «Bisogna buttarsi sulle rinnovabili. Sono un amante della bellezza del nostro Paese – sottolinea Flavio – e consapevole dei vincoli artistici presenti, ma è necessario tappezzare tutte le superfici possibili con delle fonti rinnovabili. Lo Stato non ci deve “regalare” i pesci, ma ci deve fornire le canne per poter “pescare” da soli l’energia che ci serve. Però, sebbene nel mio caso abbia la possibilità fisica di installare dei pannelli, spesso le microimprese come la mia non hanno le forze economiche per farlo. Ci vorrebbe un ecobonus per le aziende più piccole, magari un contributo dell’80-90% a fondo perduto per consentire l’investimento».
I costi e i prezzi
In questo modo si risolverebbe, per esempio, il pagamento delle bollette per il nuovo forno elettrico che Flavio aveva ordinato tempo fa, grazie anche ad altri contributi stanziati dal Pnrr per l’artigianato artistico. «Ora è quasi finito, dovrebbe arrivare presto». E si parla di un consumo non marginale, di quasi 20 Kwh. E nel laboratorio di Chiusi non avviene solo la smaltatura finale, ma si realizza anche la prima cottura, quella che dalla materia prima porta alla ceramica. Con i forni attaccati per 8 ore per arrivare ai circa 1.000 gradi necessari. «Facendo una stima – continua Flavio – gli anni scorsi per una cottura spendevo circa 60 euro. Ora ce ne vogliono almeno 200. Non resta che decidere se stringere i denti e rimetterci anche direttamente, oppure dover aumentare i prezzi della vendita. Ma il cliente sarà disposto a comprarlo? Oppure sarò costretto, dopo 70 anni di attività, a chiudere?». La paura è forte. Perché anche nel caso di una vendita diretta, a “tu per tu” tra cliente e produttore, non è così immediato cercare di recuperare le perdite con il prezzo finale. «Dovrei aumentare ogni prodotto finito almeno di due volte e mezzo. Ad alcuni clienti affezionati – aggiunge Flavio – si può spiegare la situazione. Per esempio abbiamo spedito un ordine di piatti per l’America e ho dovuto far capire come mai da 50 euro ho dovuto aumentare il prezzo a quasi 100 euro l’uno. L’hanno capito, sono stati comprensivi e hanno voluto darmi una mano. Ma non sempre è possibile, dipende da chi hai di fronte». È una soluzione? No. E il timore per il futuro resta.
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