Gioco
In Toscana un 2022 meglio del previsto, ma ora arriva il conto della crisi mondiale
Il direttore dell’Irpet Nicola Sciclone analizza il momento e le prospettive del sistema economico toscano. Che per ora ha retto alla grande
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Industriali, artigiani, agricoltori, commercianti, è un coro unanime: con questi costi dell’energia e delle materie prime non stiamo sul mercato, lo Stato ci aiuti.
Fra guerra, nuove varianti dell’epidemia, crisi energetica, rincari dei prezzi, tensioni nelle catene degli approvvigionamenti delle materie prime, il trend positivo della nostra regione è proseguito. Nel primo semestre dell’anno, le cose sono andate meno peggio -anzi meglio- di come sarebbe stato lecito attendersi. Produzione manifatturiera, esportazioni, lavoro, mostrano un rallentamento nelle dinamiche di crescita, conservando però fino all’estate un orientamento positivo di marcia. Dentro un quadro eterogeneo di comportamenti settoriali, nel suo insieme la Toscana mostra segnali di tenuta non banali in tempi molto difficili.
Dove sta allora, rispetto alla narrazione quotidiana, l’inganno? C’è un problema di percezione ed uno di prospettiva.
Il problema di percezione è molto semplice da spiegare. Crescevamo rapidamente, pensavamo di continuare a crescere più intensamente di quanto ci aspettassimo, poi scoppia la guerra, si inaspriscono criticità già presenti sul fronte dei prezzi, e arriva quindi la doccia fredda: il rallentamento della crescita. Che nell’immaginario dei più si trasforma erroneamente in una sensazione di recessione.
Il problema di prospettiva è invece più serio. Perché potrebbe esserci un ritardo temporale nella manifestazione delle ripercussioni negative legate alle tensioni internazionali. Per cui una quota dei costi (in particolare sulle imprese, che nella prima parte dell’anno hanno beneficiato degli ordinativi del 2021) deve ancora probabilmente cadere a terra. Non solo, ma le misure compensative adottate dal governo e la disponibilità di un risparmio accumulato nei mesi del Covid, hanno contribuito a sostenere l’economia. E qui entra in gioco il fattore tempo. Fino a quando sarà possibile, appunto? Preoccupano gli incrementi di prezzo che si scaricano su imprese e famiglie. Irpet stima, nello scenario più conservativo, il raddoppio dei costi energetici per le imprese (5 mld. in più, per un aggravio medio di circa 16 mila euro che diventano 55 mila per chi opera nell’industria). In virtù di questi aumenti, almeno 3 imprese ogni 100 (poco meno di 10 mila) e 7 lavoratori su 100 (poco meno di 80 mila), sarebbero a rischio. Con i settori energivori esposti a livelli di vulnerabilità significativamente superiori.
Non meno rilevanti i costi per le famiglie, a questi livelli di prezzo. L’inflazione opera infatti come una tassa occulta. E secondo i nostri modelli i rincari si mangerebbero 5 punti di potere d’acquisto del reddito disponibile, ad invarianza di paniere di spesa. Ma i punti di reddito mangiato diventerebbero almeno 14 per i nuclei più poveri.
In prospettiva, quindi, molto dipenderà dalle dinamiche dei prezzi che osserveremo nei prossimi mesi. Lo scenario è quindi caratterizzato da una profonda incertezza, sebbene orientato al ribasso delle attività economiche. Di quanto al ribasso, dipenderà dall’evoluzione delle vicende internazionali, che sono fuori dal nostro controllo.
Quello che è possibile fare, in questa fase storica, è accelerare sul fronte degli investimenti, utilizzando le risorse disponibili del Pnrr. Una nostra proiezione, ancorata a quanto finora assegnato alla Toscana, quantifica in almeno 8 mld. le risorse complessive che potrebbero arrivare in tutto il periodo di programmazione nella nostra regione. Sono in linea con il peso economico della Toscana, al netto dei vincoli di destinazione al Sud. Sono circa 1,6 mld. l’anno. Potrebbero attivare, se ben spesi, 2,5 mld. l’anno di ulteriore reddito. Circa due punti di Pil. La sfida, che impegna tutti, è materializzare i 2,5 mld. (usando bene 1,6 mld. di spesa) e poi trasformarli in un flusso strutturale. Anche quando il Pnrr non ci sarà più.
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