Sicurezza
Elezioni, torniamo a parlare dei problemi – L’editoriale
Lo spettacolo offerto finora dai partiti è poco consono a una nazione civile
«In capo a tutti c'è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe di Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch'è finito». Ignazio Silone lo scriveva quasi un secolo fa (Fontamara, 1933). La nostra classe politica ce lo ricorda in questi giorni. I cafoni, fuor di metafora, siamo noi elettori. I criteri usati perlopiù nella composizione delle liste - e i temi dello scontro politico in atto – lo dimostrano.
Tre anni fa l’Italia ha votato, sulla scia dell’antipolitica, la riduzione del numero dei parlamentari. È servito a qualcosa? No, possiamo dire ora. La zattera si è ulteriormente ridotta e chi ne tiene ben saldo il timone ha messo in salvo i soliti noti, sodali, famigli, portaborse, naviganti in ogni mare, con una spruzzata di vendette personali, tradimenti, sgambetti.
Lo spettacolo offerto finora dai partiti è poco consono a una nazione civile. Hai voglia a ricordare ogni giorno quali sono i problemi del paese reale (“Bollette, altro raddoppio” – Il Tirreno del 22 agosto. “Il prezzo del gas al nuovo record” – Il Tirreno del 20 agosto. “Tregua finita, lunedì 181 scadenze fiscali” – Il Tirreno del 20 agosto, e via così). Il caro-energia, la pandemia che non molla, la guerra in Ucraina con le conseguenze economiche e politiche dell’embargo alla Russia, le fabbriche e le attività commerciali che rischiano di chiudere, i salari al minimo e i lavoratori che non si trovano, con sullo sfondo la partita del Pnrr che neanche abbiamo cominciato a giocare.
Non serve ricordarlo. Si accapigliano su tutto e mettono in secondo piano i problemi delle famiglie, delle imprese, se non negli slogan elettorali da cartelloni e tweet, che quasi sempre non trovano riscontro nei programmi. L’irresponsabilità di aver fatto cadere in un momento così delicato e sfidante il governo Draghi, che ci aveva restituito il posto che ci compete in Europa e nel mondo, è nulla rispetto a ciò che la politica sta offrendo in questi giorni.
Ma noi lo faremo lo stesso. Il Tirreno continuerà a ricordarlo, in questo mese che ci separa dal voto, con inchieste, confronti, interviste, storie, sperando di richiamare la politica a una maggiore responsabilità.
Viviamo uno scenario già incerto, nel quale ulteriori nuvole all’orizzonte si intravedono sulle dinamiche di crescita del Paese ed in particolare del mondo industriale: i costi energetici non accennano a ridursi e anzi, complici siccità e le prossime manutenzioni alle centrali nucleari francesi, la prospettiva di un piano di razionamento dei consumi incisivo è vicina, con un conseguente, significativo quanto inevitabile impatto sulla produzione industriale e di conseguenza sul lavoro e sui consumi interni. Senza considerare l’ugualmente inevitabile cambio di strategia delle tante aziende, in particolare multinazionali, ma non solo, che hanno stabilimenti in Europa e che già pianificano di produrre altrove, delocalizzando.
Ad affiancarsi a una domanda interna già in calo, prospettive preoccupanti anche per le esportazioni: se da una parte l’euro debole le sostiene, rendendo più economico l’acquisto dei nostri prodotti da parte dei clienti internazionali, dall’altra penalizza l’acquisto delle materie prime di cui il nostro Paese è privo, ma abile trasformatore. La debolezza del commercio mondiale ha inoltre costretto al ribasso le proiezioni di crescita sia dell’Eurozona che degli Usa, mercati trainanti per la nostra manifattura. Crescita dei tassi e dell’inflazione contribuiscono a minare la fiducia di imprese e cittadini. E la fiducia ha un valore economico, poiché incide anzitutto sugli investimenti.
Il turismo – soprattutto straniero, dato l’inevitabile ridursi della capacità di spesa del cittadino italiano – avrà potuto dare sollievo a un contesto tanto fragile? Manca poco a tirare qualche somma. Mentre la politica si “confronta”, queste cose accadono, o meglio, sono già accadute.
Torniamo per un attimo a Ignazio Silone, scrittore dieci volte candidato al Premio Nobel per la letteratura, esule antifascista, tra i fondatori del Partito Comunista, dal quale fu espulso per il disaccordo verso la linea stalinista, approdando su posizioni socialiste, e al suo Fontamara. «Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano. L'asino non ti capisce, o finge di non capire. Ma il cafone invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dar la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra». I cafoni, fuor di metafora, siamo noi elettori.
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