Sicurezza
Il figlio del nazista nei luoghi delle stragi: «Così ho scoperto che mio padre era un genocida»
Udo Sürer è figlio di un sottufficiale delle SS autore di eccidi in Lunigiana: «Lui è rimasto nazista, io ho cambiato cognome e in Italia parlo di antifascismo»
Un pugno allo stomaco. Dice di aver avvertito questo quando ha scoperto che suo padre non era un soldato qualunque ma un genocida. In fondo se lo sentiva: le prove c’erano tutte. Sta di fatto che in quel momento, Udo Sürer, 67 anni, avvocato tedesco che si occupa prevalentemente delle richieste di asilo dei rifugiati, ha sentito di dover pagare lo scotto lasciato dal padre. Di doversi immergere nel sangue che aveva versato per non sentirsi colpevole del suo, di sangue. Ha iniziato cambiando il cognome: da Maier, quello del padre Josef, sottufficiale delle SS, a Sürer, quello della moglie. E con quella nuova identità ha iniziato a girare l’Italia tra i paesi degli eccidi nazifascisti. Ieri era qui, a Tavella, piccola frazione del comune di Tresana, in Lunigiana, dove il 22 agosto 1944 tre abitanti vennero trascinati sul canale e poi fucilati. Una storia quasi dimenticata. Udo Sürer arriva in anticipo con una t-shirt bianca e una grossa scritta rossa “Io sono Vinca. Per non dimenticare”. L’ha comprata proprio lì, nel paese di Fivizzano, in Lunigiana, dove in una manciata di ore vennero ammazzate 162 persone a colpi di mitra. L’ha comprata dalla figlia di una vittima.
Partiamo dall’inizio: perché solo dopo la morte di suo padre ha iniziato a fare ricerche?
«Mio padre è morto nel 1992 quando ancora non era chiaro cosa fosse successo. Non come adesso almeno. Poi iniziarono a circolare sempre più informazioni e il dubbio, che in fondo c’è sempre stato, ha iniziato a diventare sempre più grande. È solo nel 2002 che ho iniziato a fare ricerche per capire che tipo di soldato fosse».
Quindi sapeva che era un soldato nazista ma non quello che aveva fatto?
«Esatto. Sapevo che era un soldato delle SS ma non ero a conoscenza dei suoi crimini. Poi un giorno il presidente tedesco è andato in visita a Marzabotto per una cerimonia. L’ho sentito alla radio. E lì, ascoltando quello che era successo, mi è venuto il sospetto. Mi sono ricordato che mio padre aveva perso la gamba il 10 ottobre del 1944, quindi qualche giorno dopo il massacro, proprio in quella zona. È da lì che sono iniziate le ricerche. Nel 2003 sono arrivati i risultati della sua unità militare e così ho scoperto che era nelle Waffen SS del sedicesimo plotone della Divisione Reichsführer, il famigerato battaglione della morte».
A quali eccidi partecipò?
«Sicuramente a quelli di Vinca e San Terenzo. Poteva essere anche a Marzabotto ma aveva una ferita e non era in grado di combattere».
Questa scoperta ha cambiato l’affetto che provava nei suoi confronti?
«Quello era già cambiato da tempo. Già negli anni Sessanta mi ero staccato da lui. Avevo iniziato a leggere giornali diversi da quelli che leggeva lui perché sentivo l’esigenza di informarmi e sentivo che quella non era informazione. Poi, a 19 anni, decisi di diventare obiettore di coscienza e lui non lo accettò perché essere uomo vuol dire essere soldato secondo lui».
Cosa le raccontava della guerra?
«Mi parlava sempre della battaglia di Livorno dicendomi che era stata la più dura. Poi che odiava gli italiani: diceva che erano una classe inferiore. Soprattutto i partigiani: sosteneva che la guerra sarebbe stata meno cruenta se non ci fossero stati loro, che tutto si sarebbe risolto più rapidamente. Le racconto un aneddoto: un’estate avevamo deciso di fare una vacanza in tenda. Noi volevamo andare tutti in Italia, sul lago di Como. Lui disse: in Italia non ci andrò mai. Alla fine andammo vicini a Chiasso, in Svizzera. Lui rimase in macchina e noi andammo a piedi sul lago di Como».
Suo padre non prese mai le distanze dal nazismo?
«No, mai. Ha continuato a leggere giornali di estrema destra e a parlare come un uomo di estrema destra».
E sua madre?
«Mia mamma è figlia di uno che fu tra i primi nazisti, uno che era nel parlamento nel 1933 quando venne approvata la legge che dava tutti i poteri all’esecutivo».
Eppure, nonostante le sue origini lei è qui a parlare di antifascismo. Perché?
«Non lo so spiegare, ormai è diventato parte della mia vita. Si è sviluppato automaticamente. All’inizio c’era la voglia di vedere i luoghi, capire come si sta oggi in luoghi che hanno vissuto quello che hanno vissuto. Ho incontrato la gente, abbiamo parlato. Ed è venuto tutto spontaneo».
Il 25 settembre l’Italia va al voto e tra i favoriti c’è Fratelli d’Italia che ha come simbolo la fiamma tricolore, la stessa del Movimento sociale italiano, un vecchio partito dichiaratamente fascista. Secondo lei, come siamo potuti arrivare a questo con la storia che abbiamo?
«Beh, già i venti anni di Berlusconi hanno danneggiato l’Italia. È difficile dirlo. Credo che anche nei paesi liberali la gente abbia sempre più paura di non farcela da sola e si aggrappa al nazionalismo, a chi cavalca queste paure presentandosi come la risposta. Anche in Germania ci sono gruppi di estrema destra che raccolgono molti consensi».
Nel 2017 AfD (partito di estrema destra tedesco) ha ottenuto il 12,6% diventando il terzo partito più votato di Germania. Alle ultime elezioni, invece, il partito ha ottenuto il 10,3%. La rotta si è invertita in maniera definitiva o c’è il rischio che torni a recuperare consensi?
«In Germania c’è un modo di dire che si traduce più o meno così: anche gli alberi dei fascisti non crescono all’infinito. Certo è che ci vuole l’antifascismo perché il fascismo non morirà mai. Lo ha detto anche Umberto Eco quando parlò di fascismo eterno. Non bisogna abbassare la guardia».
In Germania però è stata fondata Exit, organizzazione che si occupa di aiutare chi vuole uscire da gruppi neonazisti e di estrema destra; sta funzionando?
«Sì, funziona: ha fatto uscire dalla galassia neonazi centinaia di persone. Anche il fondatore è un ex nazista. Il problema è che lo Stato non lo finanzia».
Lei si occupa di immigrazione; cosa pensa dei decreti sicurezza che Salvini vuole ripristinare?
«Da giurista non posso che dire vanno contro il diritto internazionale. È lampante».
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