Lutto
Viviamo in una società dove impera l’ipocondria di massa
Un giorno di agosto del 2006, prima che mi separassi, ero in auto con la mia compagna e con nostro figlio – la piccola non era ancora nata. Eravamo in Basilicata, sulla Sinnica. Vivevo un periodo difficile, soffrivo di ansia depressiva, temevo ossessivamente di morire.
Mentre guidavo sentivo un leggero dolorino al petto. «Eccolo», mi dissi, «ecco l’infarto». Lessi le indicazioni per l’ospedale di Policoro, e subito decisi di andare al pronto soccorso. Entrai pensando al peggio. C’era una fila enorme di pazienti. Mi sedetti davanti a un medico che stava compilando delle carte e gli dissi, impaurito: «Ho un infarto». Lui mi fissò negli occhi: «Un infarto?» E io: «Sì, un infarto». E lui, guardandomi bene in volto: «Non credo». E io: «Mi creda, è un infarto». A quel punto il medico si tolse gli occhiali e mi disse: «La vede tutta questa gente? Io mi assumo la responsabilità di visitarla solo quando avremo visitato tutti loro. Perché lei non ha un infarto, ma un attacco di ansia». Gli chiesi: «Dunque non ho un infarto?». E lui: «No, nessun infarto». E me ne andai, sollevato.
Oggi nessun medico si assumerebbe quella responsabilità, perché sbagliare una diagnosi significa subire un processo e probabilmente una condanna. E quindi chiunque entra in un pronto soccorso viene accettato, anche se ha una patologia non urgente. Quel giorno del 2006 io cercai un pronto soccorso perché avevo paura. E la paura cerca risposte rapide. Proviamo a moltiplicare queste paure quotidiane, al netto delle reali emergenze, e avremo il quadro del disastro, non solo estivo, che si consuma nei pronto soccorso toscani e italiani. I medici di famiglia sono spesso in ferie, oppure hanno troppi pazienti e non rispondono al telefono; o ancora, e accade di sovente, sono proprio loro a dire di recarsi al pronto soccorso, perché anche loro rischiano un processo e una condanna se non capiscono per tempo la gravità di un problema. E dunque nei pronto soccorso si riversa una marea di gente, che mette in una condizione di stress cronico il poco personale disponibile, che infatti appena può cerca collocazioni meno gravose. Il fatto è che in un pronto soccorso bisogna andarci solo in casi molto gravi. Ma come gestire il sospetto di avere qualcosa di grave? La risposta è: «Andando dal medico di famiglia». Ma se il medico è distante non può che indirizzare verso il pronto soccorso. E siamo punto e daccapo. Noi dobbiamo accettare di vivere nella società dell’ipocondria di massa, e che ormai la consapevolezza medica di ogni cittadino è molto alta. Basta una dispnea, un dolorino o un capogiro per farci pensare al peggio. E questa paura di massa non si può gestire chiedendo alle persone di non avere paura, perché la paura delle malattie è la più paralizzante. Paradossalmente, l’ideale sarebbe avere un medico per ogni cittadino; oppure, a meno che non si guarisca tutti insieme in un colpo solo da questa psicosi ipocondriaca, attrezzare le nostre vite con molti strumenti diagnostici telematicamente collegati con gli ospedali. Ma le paure aumenteranno, e anche il bisogno di conforto e certezze. E questo non è un problema sanitario, bensì un problema epocale della nostra civiltà.
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