Gioco
Jsw, il futuro legato all’appalto delle rotaie
Piombino, la commessa da 2,4 miliardi a Jsw allontana lo spettro della chiusura della fabbrica
La fumata bianca, che a Piombino era attesa da mesi, è arrivata. La commessa decennale per la fornitura di rotaie a Rfi è in via di assegnazione, sganciata al momento dalla sottoscrizione dell’addendum all’accordo di programma per la quale deve essere ancora finalizzata un’intesa tra Stato e istituzioni locali.
Del resto quella fornitura è una priorità per la realizzazione del progetto industriale del gruppo indiano per lo stabilimento di Piombino, almeno così ha più volte dichiarato il vicepresidente esecutivo di Jsw Italy, Marco Carrai.
Non solo. L’asse con gli indiani garantisce all’Italia un corridoio “sicuro” per la produzione di rotaie per i prossimi dieci anni in un mercato siderurgico i cui equilibri sono mutati considerevolmente con la guerra in Ucraina. Troppo importante, per lo Stato e per Rfi, avere la certezza di una produzione di prodotti lunghi, così da mettere a terra i grandi investimenti nel settore ferroviario previsti con il Pnrr.
Le rotaie o il baratro
La commessa da 2,4 miliardi di euro per la lavorazione nei prossimi dieci anni delle rotaie per Rfi scongiura la fine dell’avventura piombinese per il gruppo siderurgico Jsw che fa capo al magnate dell’acciaio Saijan Jindal. Non solo. È un tassello fondamentale per allontanare lo spettro della chiusura dello stabilimento, che conta attualmente circa 1.700 addetti, alcune centinaia dei quali sono in cassa integrazione dal 2014, da quando fu spento l’altoforno e di conseguenza chiusa l’area a caldo della fabbrica toscana. Ma la sola produzione di rotaie, sia chiaro, non risolve da sola i problemi di un sito produttivo che, nonostante i segnali di ripresa nel mercato dell’acciaio registrati in questo periodo, è ormai in rottura prolungata.
Lo sanno bene i responsabili dei sindacati metalmeccanici che in questi mesi segnati dalla trattativa serrata sull’addendum all’accordo di programma, hanno chiesto più volte di non affidare la maxi commessa al gruppo indiano, ritenuto inaffidabile e inadempiente rispetto agli impegni assunti nel 2018, quando le acciaierie finirono nelle mani di Jindal. «Prima le garanzie, poi la commessa», hanno detto più volte i sindacati Fim, Fiom, Uilm, Uglm e Usb, chiedendo al governo (prima della caduta di Draghi) e al presidente della Regione Eugenio Giani di seguire la vertenza con attenzione, senza cedere alle pressioni del gruppo indiano e passare la mano di fronte all’urgenza di trovare una soluzione per le rotaie di Rfi. Un appello che è divenuto ancora più accorato quando a Piombino si sono diffuse le voci di una possibile cessione dello stabilimento da parte del gruppo indiano (sempre più incontrollabili dopo l’intervista rilasciata da Jindal al Financial Times la scorsa primavera, nella quale il magnate non nascose la volontà di disfarsi degli stabilimenti in Italia e negli Stati Uniti). Un’ipotesi più volte smentita dal vicepresidente esecutivo di Jsw Steel Carrai.
La caduta inarrestabile
Eppure, nel 2018, l’arrivo a Piombino del colosso Jindal sembrava la soluzione giusta per il rilancio della città dell’acciaio, che arrivava da anni di delusioni, promesse non mantenute e crisi del lavoro.
È il 2004. Le acciaierie vengono acquistate da Alexey Mordashov, tycoon titolare della Severstal. Lo stesso Mordashov che in questi mesi è finito nella lista nera dei magnati vicini a Putin. Questo, a quei tempi, non era un problema.
Dopo una prima fase di investimenti e fiducia, l’esperienza di Severstal a Piombino prende presto una piega amara. Lo stabilimento sprofonda in un mare di debiti: qualcosa come 880 milioni di euro. Mordashov si defila mentre, tra il 2008 e il 2011, si va avanti tra fermate e cassa integrazione. La vendita di Ascometal (l’asset francese del gruppo) da parte di Lucchini, a 350 milioni di euro, non risolve il problema. Tanto che arriva il commissario. Nel 2012 il governo commissaria l’azienda e la affida a Piero Nardi, che ha come obiettivo quello di trovare un acquirente per l’azienda scaricata da Mordashov. È l’inizio della fase più difficile. E delle false speranze. La più clamorosa nel 2014, quando il giordano Khaled al Habahbeh si presentò con l’intenzione di mettere le mani sullo stabilimento di Piombino, con tanto di conferenza stampa e di accoglienza entusiasta da parte della politica locale che aveva individuato in lui un possibile salvatore della patria. Furono Il Tirreno e Il Sole 24 Ore a smascherare il tentativo grottesco del giordano.
Un anno dopo, nel 2015, fu l’algerino Issad Rebrab della multinazionale Cevital a bussare alla porta della Lucchini. L’affare si concluse, la fabbrica di Piombino prese il nome di Aferpi. Rebrab presentò alla città un importante piano industriale che affiancava alla produzione dell’acciaio anche un piano di sviluppo della logistica grazie al porto e produzioni nel campo dell’agroalimentare. Rebrab è un imprenditore solido, ma il suo Paese (l’Algeria) ha di fatto impedito che il capitale necessario per finanziare il rilancio di Piombino venisse utilizzato.
Così, nel 2018, ecco gli indiani di Jsw. Il magnate Saijan Jindal si presenta alla città al teatro cittadino Metropolitan, firma un accordo di programma con le istituzioni locali e con i sindacati. Annuncia investimenti, a partire dal revamping dei treni di laminazione, fino alla realizzazione di due forni elettrici. Insomma, a Piombino si tornerà a produrre acciaio e non solo a laminarlo: un impegno solenne per una città che nel 2014 ha assistito allo spegnimento dell’altoforno, simbolo di un’acciaieria che non esiste più e del ciclo integrale che rendeva la città toscana uno dei punti nevralgici della siderurgia europea.
Ma sono passati quattro anni dall’arrivo degli indiani. E gli impegni sono rimasti sulla carta, mentre la produzione è andata avanti a singhiozzo, con gran parte dei lavoratori in cassa integrazione.
Il piano degli indiani
È in questo contesto storico che si sta giocando la partita della maxi commessa delle rotaie, che Jsw intende portare a termine quanto prima per poter proseguire l’esperienza piombinese. Ed è per questo che gli impegni nuovamente assunti da Jsw Italy, in assenza di garanzie e fatti concreti, suonano a Piombino come l’ennesima sviolinata di promesse destinate a non essere mantenute. Non a caso le istituzioni locali, a partire dalla Regione fino al Comune di Piombino e all’Autorità di sistema portuale, hanno lavorato in questi giorni al testo di un addendum all’accordo di programma nel quale si conta di inserire, tra i vari punti, un meccanismo di controllo degli impegni assunti da Jsw e di rescissione automatica del contratto in caso di inadempienze rispetto agli investimenti promessi per lo sviluppo del sito produttivo di Piombino. «La commessa per le rotaie è un volano per innescare il piano di investimenti per lo stabilimento di Piombino», ha detto il vicepresidente di Jsw Italy Carrai in una recente intervista rilasciata al Tirreno. Tra i punti compresi nel nuovo business plan di Jsw Italy, presentato nell’ambito delle procedure per ottenere la commessa, vi è il revamping dei treni di laminazione dello stabilimento di Piombino, lo studio sul forno elettrico, impianti per il riciclaggio di plastiche, occupazione parziale con 1200 degli attuali 1700 addetti.
L’ipotesi Arvedi
L’impressione che gli addetti ai lavori di Piombino, nonostante le smentite del gruppo Jsw, è che la trattativa per la cessione dello stabilimento o di parte degli asset e dei terreni attualmente in mano agli indiani non sia affatto tramontata. Anzi.
I sindacati Fim, Fiom e Uilm hanno chiesto ai rappresentanti delle istituzioni e della politica locale di attivarsi per portare al tavolo su Jsw il ministro allo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti, quindi sono passati direttamente all’azione, chiedendo al ministro la convocazione di un tavolo urgente. Ipotesi tramontata con la caduta del governo. Fatto sta che la trattativa tra Jindal e il Gruppo Arvedi di Cremona si sarebbe conclusa o comunque sarebbe in una fase particolarmente avanzata. Il Cavaliere Arvedi sarebbe intenzionato a investire a Piombino su un’acciaieria elettrica e sui prodotti piani.
Lo stesso interesse non ci sarebbe, al contrario, per i prodotti lunghi, dalle rotaie alla vergella, l’attuale core business dello stabilimento di Piombino. Questo, secondo le indiscrezioni raccolte, aprirebbe diversi scenari, tra i quali la permanenza di Jsw a Piombino, non solo come fornitore del semiprodotto per i treni di laminazione.
Insomma, la situazione è fluida, con gli interlocutori principali, dal governo fino alle multinazionali interessate a Piombino, che continuano a giocare a carte coperte. In tempi brevi, però, il quadro sarà più chiaro e si potrà capire se l’acciaio sarà ancora parte del futuro della città toscana. l
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