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Assarmatori: «Con queste regole dovranno fermarsi tre traghetti su 4 entro pochi anni»
L'intervista al presidente Stefano Messina
«Il 73% della flotta ro-ro rischia di essere fuori legge dopo il 2025, e gli extra-costi che potrebbero gravare sul trasporto marittimo sono pari a oltre 300 milioni di euro all’anno». È il grido d’allarme che Assarmatori ha lanciato parlando delle conseguenze delle nuove norme Imo sulle emissioni in tandem con il pacchetto Fit for 55. Al presidente Stefano Messina vien da chiedere se siamo al solito allarme catastrofista per dire no a provvedimenti limitativi.
«Tutt’altro: allarme realistico, anzi sottostimato. L’hanno fatto scattare due studi seri e approfonditi, di cui uno affidato ad un ente terzo e altamente qualificato come il Rina. Quando le conseguenze del combinato disposto di queste due norme saranno realtà, se non riusciremo ad arginarle prima introducendo alcune deroghe o comunque facendole entrare in vigore con progressività…»
Voi armatori sarete allarmati quanto vi pare e annunciate guai per il settore, ma noi cittadini…
«Tutti si accorgeranno delle conseguenze: per il consumatore finale si tradurranno in un inevitabile aumento del costo dei biglietti e in una rimodulazione al ribasso dei servizi offerti così come oggi li conosciamo».
L’eterno ritornello: “vi avevamo avvertito”…
«No, la nostra associazione non è nata e non lavora per questo. Al contrario, ci stiamo attivando perché vengano debitamente tenute in conto le peculiarità dei singoli Paesi. In Italia oltre sei milioni di persone vivono su un’isola, le nostre imprese hanno garantito la continuità territoriale e l’approvvigionamento delle merci persino nei mesi più duri della pandemia, e vogliamo continuare a farlo».
La vostra indagine dice che «solo il 37% del naviglio sarebbe in grado di rispettare i requisiti senza l’adozione di ulteriori misure»: cioè solo un traghetto su tre. Come fate a dirlo?
«Dallo studio svolto dal Rina sulla flotta di navi ro-ro passeggeri italiane è scaturita una valutazione scientifica, oggettiva e complessiva, dell’impatto della misura Imo volta alla riduzione dell’indicatore di intensità di carbonio. Questa norma prevede l’assegnazione alle navi di un “rating” da A ad E. L’analisi ha evidenziato come già a partire dal prossimo anno, all’entrata in vigore della misura, più del 23% dei traghetti italiani non risulterebbe ottemperante alla norma (rating E) e come un addizionale 40% necessiterebbe di migliorare drasticamente la propria efficienza energetica nel breve termine (rating D)».
Siamo già a due traghetti su tre…
«Solo il 37 % del naviglio sarebbe in grado di rispettare i requisiti senza ulteriori misure (rating A-B-C). Parliamo di una norma via via più stringente e l’analisi sottolinea come, a parità di emissioni, la situazione sarà estremamente critica in poco tempo. Nel giro di tre anni, che per il settore è un tempo assai ristretto, dopo il 2025, potremmo trovarci davanti a più del 73% delle navi che non rientrano nella norma, quindi potenzialmente non più in grado di navigare».
Dite che la sola applicazione dell’Ets avrebbe per la nostra flotta di traghetti un costo totale di oltre 275 milioni di euro all’anno, di cui quasi 230 milioni per le navi ro-ro-pax sulle rotte a lungo raggio, tipicamente per la Sardegna e per le “autostrade del mare”: extra-costi per 23mila euro a tratta». Cosa significa in concreto per realtà come Livorno così legate alle linee con la Sardegna?
«Andiamo al punto: per un passaggio ponte parliamo di un aumento del prezzo del biglietto nella misura del 70%. Basterebbe questo dato per affermare che la continuità territoriale sancita dalla Costituzione verrebbe messa a repentaglio. Torno a ripetere: il nostro settore è pronto a fare la sua parte, ma occorre procedere tenendo ben presenti le conseguenze delle norme in via di adozione».
Le modifiche introdotte dal l’Europarlamento europeo servono a risolvere la questione?
«Il Parlamento europeo, così come il Consiglio, ha assunto una posizione che abbiamo accolto con favore, chiedendo deroghe per i collegamenti insulari, che dovranno essere poi confermate anche nel dialogo cosiddetto “trilogo” con la Commissione».
Per voi è sufficiente?
«Non basta. Occorre fare altrettanto per le “autostrade del mare”: parliamo di servizi che, togliendo ogni anno decine di migliaia di camion dalle strade, contribuiscono in modo determinante alla riduzione dell’inquinamento e dell’incidentalità. Il rischio, se così non fosse, sarebbe quello di assistere ad uno scambio modale inverso: alla rovescia, cioè dal mare alla strada. Un vero e proprio paradosso, anche e soprattutto a livello di sostenibilità ambientale».
In un mondo che va verso la decarbonizzazione è ovvio che qualche sforzo sia chiesto anche al trasporto marittimo che ha un significativo impatto sulle emissioni. Fin dove siete disposti realisticamente ad arrivare?
“Gli armatori sono pronti a fare la propria parte, come è sempre stato: fra il 2008 e il 2018 il trasporto marittimo a livello globale è cresciuto del 40%, nello stesso periodo le emissioni totale di gas climalteranti sono calate del 7%. Chiediamo solo di esser messi nelle condizioni di farlo».
Detto così francamente non basta, si spieghi.
«Ecco un altro paradosso: noi potremmo anche realizzare navi alimentate ad idrogeno, ma non servirebbe a niente se poi non fosse presente una rete capillare di distribuzione di questo carburante alternativo nei porti, che in Italia sono spesso inseriti all’interno delle città. Vogliamo parlare di elettrificazione delle banchine? In Europa solo lo 0,6% dei porti è dotato del cosiddetto “cold ironing”. Siamo consapevoli che la transizione energetica non sia un’opzione, ma una necessità. Tuttavia non serve ragionare per slogan, introducendo regole intempestive e inconciliabili con la realtà dei fatti, talvolta, a lato pratico, persino controproducenti. La sostenibilità ambientale, per essere tale, deve essere coniugata con quella economica e sociale».l
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