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L’Europa c’è quando sa osare

di Piero Fassino
ll presidente del Consiglio Mario Draghi arriva a Monaco di Baviera, 26 giugno 2022. Il premier è diretto al castello di Elmau per il vertice del G7.
ANSA/ UFFICIO STAMPA GOVERNO/ FILIPPO ATTILI  ++HO NO SALES EDITORIAL USE ONLY++
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ll presidente del Consiglio Mario Draghi arriva a Monaco di Baviera, 26 giugno 2022. Il premier è diretto al castello di Elmau per il vertice del G7. ANSA/ UFFICIO STAMPA GOVERNO/ FILIPPO ATTILI ++HO NO SALES EDITORIAL USE ONLY++

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Pronta, unita e determinata nel sostegno all’Ucraina aggredita. L’Unione europea manifesta invece le sue fragilità nell’affrontare le conseguenze di quella guerra.

Lo si è visto nel Consiglio europeo dove la tenace – e fondata – insistenza di Draghi, Macron e Sanchez sulla necessità di mettere un tetto al prezzo del gas è stata contrastata dai primi ministri dei cosiddetti paesi “frugali”, a partire dall’Olanda che gestisce la “borsa del gas”.

Per avere chiaro di cosa stiamo parlando basterà ricordare che il prezzo medio del gas è oggi sei volte più alto del suo costo ante guerra. Un provvedimento di calmieramento – almeno transitorio – si impone obiettivamente per evitare che oscillazioni di prezzo, speculazioni e rendite di posizione scarichino su imprese e famiglie costi insostenibili. Peraltro i paesi “frugali” sono gli stessi che l’anno scorso avevano cercato di ostacolare l’adozione di Next Generation Eu e che oggi si oppongono a qualsiasi ulteriore provvedimento finanziario straordinario europeo per contenere i maggiori oneri che la guerra fa gravare sui bilanci statali.

Analogamente le divisioni europee emergono ogni volta sul nodo dell’allargamento a Est. Se unanime è stata la decisione di riconoscere a Ucraina e Moldova lo status di candidato – e in prospettiva anche alla Georgia – sui Balcani non si è andati al di là di un generico impegno all’accelerazione dei negoziati di adesione.

Una grave sottovalutazione dei rischi della continua dilazione di un’integrazione promessa ai Balcani ventisette anni fa, alla fine delle guerre balcaniche, e avviata dalla Ue venti anni fa con il Consiglio europeo di Salonicco del 2003. Gli esiti di questa insostenibile lentezza sono già visibili: delusione e frustrazione nelle opinioni pubbliche balcaniche, crescente invasività di altri attori – Cina, Russia, Turchia, Emirati – e rallentamento delle riforme che i Paesi candidati devono adottare per armonizzarsi con gli standard europei.

Per giustificare il loro comportamento le capitali “renitenti” – spesso le stesse che frenano adozioni di politiche comuni in molti dossier – invocano le maggiori difficoltà di coesione e funzionamento di un’Unione ulteriormente allargata. Argomento apparentemente fondato, ma in realtà un’alibi.

Non sarà l’allargamento a nuovi membri a minare una coesione che in realtà in questi anni è stata spesso minata dai paesi che nella Ue ci sono già. Vale la pena di ricordare che l’adozione di una Costituzione europea – che avrebbe rinsaldato coesione e integrazione – fu bocciata da referendum in Francia e in Olanda (due Paesi fondatori!).

La contrarietà a una politica migratoria solidale e comune non viene solo da Budapest, ma da Vienna, L’Aja e Copenaghen. Sono le stesse capitali che hanno cercato di impedire Next Generation Eu, vorrebbero ripristinare quel Patto di stabilità che ha strozzato la crescita di molti Paesi e storcono il naso di fronte alla possibilità che la Banca centrale europea assuma iniziative per contrastare inflazione e speculazioni sui titoli di Stato.

I sostenitori di questo arcigno “rigorismo” si giustificano invocando la necessità di riforme dell’Unione – il cosiddetto “approfondimento” – prima di procedere a ulteriori allargamenti. Già, peccato che se ne parli da 40 anni senza che finora sia stata messa in campo una iniziativa adeguata.

Prova ne sia che di fronte alla proposta di mettere mano a una revisione dei Trattati per dare all’Unione maggiore coesione e efficacia di decisione, ben 13 Stati – tra cui Svezia, Danimarca e Finlandia, membri dell’Ue da cinquant’anni – abbiano dichiarato la loro netta opposizione.

Insomma, è ipocrita scaricare su Tirana o Skoplje le debolezze europee quando invece i problemi sono tutti interni alla Ue che già c’è. E anziché usare il mancato approfondimento per chiudere le porte a nuovi ingressi, bisognerebbe utilizzare quelle aspirazioni per mettere mano alle riforme da troppo tempo evocate, ma mai perseguite.

Eppure, proprio l’intera storia dell’integrazione europea dimostra che non la paura, ma il coraggio e la determinazione hanno consentito di realizzare risultati in partenza considerati impossibili. Il mercato unico, l’euro, Schengen, l’allargamento ai paesi dell’Europa centrale, le politiche della Bce, Next Generation Eu, una politica di sicurezza comune: nessuna di queste scelte è stata facile e priva di rischi. Ma oggi nessuno proporrebbe di tornare indietro.

Insomma: osare, osare, osare. Solo così l’Unione europea sarà all’altezza delle aspettative dei suoi cittadini e sarà un protagonista del mondo globale.  l

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