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Sarzana. Lidija, Gabriela, Nevila e Camilla: morire nel dedalo nella giustizia che non ferma gli assassini

Michele Gambino
Sarzana. Lidija, Gabriela, Nevila e Camilla: morire nel dedalo nella giustizia che non ferma gli assassini

Zlatan Vasiljevic, il bosniaco che ha ucciso l’ex moglie e l’attuale compagna a Vicenza, era già stato arrestato per maltrattamenti. Daniele Bedini, indagato per i due omicidi di Sarzana, avrebbe dovuto essere in carcere per rapina

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Uno, Zlatan, aveva le stimmate del demonio addosso: un uomo incapace di trattenere i suoi istinti, già condannato e di nuovo sotto processo. E tuttavia – incredibilmente – nessuna misura cautelare gl’impediva di avvicinare Lidija, la ex moglie, che nelle foto finite ai giornali ha un bel sorriso cristallino, a dispetto di una vita d’inferno. Una vita cui l’aveva condannata l’ex marito, che alla fine è riuscito ad uccidere non solo lei ma anche Gabriela, la nuova compagna.

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L’altro, Daniele, presunto autore dell’omicidio di altre due donne a Sarzana (per cui si proclama innocente) doveva essere in prigione dallo scorso dicembre, quando la Cassazione aveva confermato una condanna a tre anni di carcere per rapina. Sembra che le motivazioni della sentenza fossero state rese note in febbraio, e l’ordine di esecuzione della pena sia finito non a Massa Carrara, che doveva renderla esecutiva, ma a Genova, luogo del processo d’Appello, dove si è arenato. Fatto sta che il mandato di cattura è arrivato – incredibilmente - solo ieri. Nel frattempo l’uomo era già in carcere; non per la rapina ma per il duplice omicidio di Nevila e Camilla, che sarebbero vive se la giustizia italiana conoscesse l’uso della posta elettronica.

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Leggendo mi è venuta in mente una vecchia storia che riguarda Paolo Borsellino: a Milano seppero che si tramava un attentato dinamitardo contro di lui, e partì per Palermo una comunicazione urgente, ma per posta ordinaria. Quando l’avviso arrivò Borsellino era già morto.

Ho usato due volte lo stesso avverbio, incredibilmente. Ma ciò che è incredibile per i comuni mortali, si chiama normalità nel luogo astratto e gelido in cui abita la giustizia italiana. Che è un dedalo di regole, rinvii, cavilli in cui si perde il senso comune delle cose, e il senso stesso della parola “giustizia”. Non hanno avuto giustizia Lidija, Gabriela, Nevila, Camilla, e prima di loro migliaia di altri cittadini, soprattutto donne, che pagano le tasse anche per sentirsi protetti dalla Legge, con la L maiuscola, e invece non lo sono.

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Non è giusto, ma fa parte del gioco, che nell’intricato dedalo dei tribunali e delle norme qualcuno ci sguazzi; che fior di criminali riescano a farla franca perché un buon avvocato ha trovato il cavillo giusto, o ha sfruttato le norme sulla decorrenza dei termini. Si chiama garantismo, e può non piacerci ma fa parte del gioco democratico. Però è odioso, insostenibile, che a decidere il destino di persone innocenti sia la svista, la lentezza, l’intoppo inconsapevole di un meccanismo che, per la delicatezza della materia che tratta, dovrebbe essere perfetto.

Domenica si va a votare per cinque referendum che trattano di giustizia. Nessuno di essi tocca la questione del malfunzionamento della macchina giudiziaria. Comunque finisca, sarà l’ennesima occasione persa.

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