Gioco
Enrico Rossi: da cronista a politico, al Tirreno ho imparato il significato del lavoro
L’ex presidente della Regione racconta gli inizi come collaboratore al nostro giornale per la ricorrenza dei 145 anni
Sono un politico di professione ma non è vero che per tutta la vita ho fatto solo politica. In realtà, il mio primo lavoro è stato come collaboratore alla redazione del Tirreno di Pontedera.
Quando chiesi a Riccardo Cardellicchio, caposervizio locale, di poter scrivere qualche articolo per il giornale, frequentavo ancora la facoltà di filosofia a Pisa. Poi ebbi il tempo di laurearmi, fare il militare e solo a fine dell’84 presi a lavorare piuttosto regolarmente, entrando in redazione la mattina presto, verso le nove, e non lasciandola mai prima delle 8 di sera.
Per Riccardo era un prerequisito e un vanto lavorare con tanta dedizione e disponibilità di tempo. Gli piaceva metterci alla prova e insegnarci che stavamo facendo un servizio ai cittadini, a cominciare dal più umile di loro, e che, al tempo stesso, dovevamo essere uno strumento di denuncia delle storture e dei problemi della realtà.
Sullo stile di scrittura Cardellicchio aveva opinioni precise: mai frasi lunghe, molta punteggiatura, pochi aggettivi, una sintassi semplice.
Tutto l’opposto di quello che pensavo di avere appreso in facoltà sui libri di filosofia o scrivendo testi politici dove i discorsi prolissi e le frasi ampollose si usavano a piene mani.
Perciò, quella fu per me una lezione difficile da imparare, che poi con il tempo, purtroppo, devo avere perso, spero non del tutto.
Non mi era stata data nessuna assicurazione sulle prospettive di una regolare assunzione. Ma intanto ero orgoglioso di cominciare a rendermi indipendente dalla famiglia, guadagnare qualcosa, avere un ruolo, sapere cosa rispondere a chi mi chiedeva cosa stessi facendo.
All’inizio si spedivano ancora gli articoli in una busta con l’ultima corriera della sera alla redazione di Livorno, oppure si dettavano al telefono. Poi cominciammo a lavorare sui primi computer a fondo nero con la scrittura gialla.
Feci articoli d’inchiesta, uno sui profughi vietnamiti, un altro – anche allora – sui fanghi delle concerie di Santa Croce, e uno sulla grande nevicata del 1985. Piano piano mi venne affidata un po’ di cronaca nera. Dovevo fare tre volte al giorno il “giro” al telefono, chiamando le stazioni dei carabinieri, il posto di guardia della polizia all’ospedale, e altri informatori e chiedendo loro se fosse accaduto qualcosa di rilevante: incidenti stradali o sul lavoro, più o meno gravi, e episodi e fatti di ogni tipo che avessero almeno un minimo rilievo per una comunità, una società sportiva o culturale, un’azienda un paese o anche frazione di poche case.
Questo lavoro mi costrinse a capire l’importanza di raccontare le cose. Non bastava dire chi, dove, quando, in che modo e di che cosa stavamo trattando ma far parlare le persone e gli stessi oggetti che avevamo incontrato recandosi sul posto.
C’era anche allora una delle ricorrenti crisi della Piaggio. Ricordo che rimasi sconvolto dal suicidio di un cassaintegrato a Casciana Terme e dal dolore della sua famiglia.
Il lavoro cominciava davvero a piacermi. Soprattutto mi dava una grande soddisfazione sapere che tutto l’impegno di un intero giorno la sera era un prodotto compiuto, uno o più articoli che domani qualcuno avrebbe letto, mentre tu avresti ripreso a raccontare la realtà quotidiana, fatti sempre nuovi o osservati da altri punti di vista.
Il giornale era in espansione di addetti e di redazioni locali. Forse avrei potuto diventare un giornalista.
Quando accettai di diventare funzionario del Pci, non sapevo come andare a dirlo al caporedattore. Ero confuso e mi dispiaceva lasciare.
Così l’unica cosa che seppi dire spontaneamente a Riccardo fu che per me la politica era sempre stata la mia prima passione ma che lo ringraziavo perché al Tirreno avevo imparato molte cose e soprattutto a capire il significato del lavoro.
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