Gioco
Scarperia, bambino di un anno ucciso dal padre: la Corte europea condanna l'Italia
La sentenza: lo Stato non ha garantito il diritto alla vita di questa famiglia e per questo dovrà pagare un risarcimento. L'uomo è stato condannato a 20 anni di carcere anche per il tentato femminicidio della moglie
FIRENZE. Colpevole. L’Italia è colpevole della morte di M. il bimbo di un anno assassinato davanti agli occhi della mamma. E anche del tentato femminicidio della mamma di M., resa invalida dall’ex compagno: l’ha straziata di coltellate, per strapparle dall’abbraccio protettivo il loro figlio.
In carcere c’è l’uomo condannato a venti anni di galera. Ma responsabile di questa mattanza è l'Italia - dice la Corte Europea dei diritti dell’uomo, alla quale ha fatto ricorso l'avvocato Massimiliano Annetta di Firenze, legale di parte civile della vittima.
L'Italia, insiste la Cedu, non ha garantito il diritto alla vita di questa famiglia. L’Italia in quanto Stato che, attraverso le sue istituzioni, aveva l’obbligo (oltre che il dovere) di proteggere la vita di chi è stato ucciso o menomato. E di impedire che il crimine venisse commesso. Non è solo un obbligo morale è un obbligo di legge: lo stabilisce la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo, all’articolo 2 - il diritto alla vita - e la Convenzione di Istanbul, la più importante normativa di contrasto alla violenza di genere, che in Italia è legge a (quasi) tutti gli effetti dal 2014.
E’ legge sulla carta, ma non nei fatti. Lo conferma la storia di questa famiglia distrutta di Scarperia. Una ragazza che si innamora di un ragazzo e scopre, da sola, che è bipolare. Il ragazzo viene curato poco e male, dal servizio sanitario regionale. Cambia di frequente medici e cure. Non è seguito con costanza. Diventa violento. Lei lo denuncia più volte. L’ultima, quando lui le spacca la faccia sul cruscotto dell’auto perché avrebbe sbagliato a parcheggiare la Panda nel loro cortile, lei decide di lasciarlo. Ma, di fatto, lo Stato glielo impedisce. Quello stesso Stato che non aveva allontanato il compagno violento da casa.
Infatti, proprio lo psichiatra che lo ha in cura in quel periodo - si ricostruisce dalle carte processuali - insiste con la vittima perché rimetta la querela (impossibile contro l’ex) e perché se lo riprenda in casa “per il suo bene”. Il bene del paziente.
Lei è titubante. Ha paura, per sé e soprattutto per i loro figli. Ma il medico è così insistente, anche se poi negherà di aver mai preteso che la vittima tornasse insieme all’ex compagno. Così lei, si lascia convincere. Lo riprende in casa. E’ primavera. I suoi figli, non vedranno l’autunno. A settembre, una sera, lui rientra dal lavoro ed è molto nervoso. In agosto, il servizio sanitario locale non ha avuto tempo per assegnargli un nuovo medico. Un nuovo psichiatra: quello che lo seguiva e lo aveva rispedito a casa dalla famiglia nel frattempo era andato in pensione. E tanti saluti.
Lei se ne accorge subito. Ma non abbastanza in fretta. E’ più veloce lui. A scattare e ad afferrare il coltello. Ferisce pure il cane di famiglia che tenta, inutilmente, di proteggere i bimbi, la giovane donna. Si salvano, se si può dire così, la mamma devastata dalle coltellate e la figlia che riesce a non farsi buttare dal balcone. Il resto è storia giudiziaria. Che ora lui vorrebbe chiudere con una richiesta di grazia. L’ha già inoltrata, puntando sulla parziale infermità mentale che gli è stata riconosciuta.
Già, ma chi condanna lo Stato che non ha fatto fino in fondo il suo dovere? La Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Già lo aveva fatto nel 2017, con la sentenza Talpis: a marzo 2017 aveva stabilito che l’Italia era responsabile della morte del figlio di Elizabeta Talpis, accoltellato a morte mentre tentava di evitare il femminicidio della madre. La donna aveva denunciato moltissime volte il marito: mai erano stati presi provvedimenti per metterla in protezione.
Il precedente non è servito a nulla, visto che un anno e mezzo dopo a Scarperia si è ripetuto un delitto fotocopia. Solo più cruento, più doloroso, più ampio. Una mattanza, appunto. Ecco perché all’unanimità la Corte Europea dei diritti dell’Uomo condanna l’Italia per la violazione dell’articolo 2 della Convenzione dei Diritti dell’uomo. Sostiene che lo Stato dovrà pagare un indennizzo di 32mila “per danno morale”.
Una cifra piccola, per la perdita della mamma. Soprattutto se si pensa che nella difesa sostenuta dall’Italia in Europa è stato commesso un altro reato: è stata attribuita la colpa di quanto accaduto alla mamma. Alla vittima. L’Italia ha scritto di non aver avuto responsabilità nella mattanza perché “se la mamma non ha valutato pericoloso riprendere in casa il compagno e non ha valutato che i figli non fossero in pericolo di vita”, perché avrebbe dovuto avere un dubbi lo Stato? La risposta è semplice: 1) perché è lo Stato che ha insistito perché l’uomo tornasse a casa contro la volontà della vittima; 2) perché compete allo Stato la valutazione del rischio di pericolosità delle situazioni e dei violenti, sempre in base alla Convenzione di Istanbul. Ma di questo lo Stato non si preoccupa. Né si occupa.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
