Sicurezza
Smart working, ecco le regole: accordi tra aziende e sindacati
Proprio in queste settimane si tratta per disciplinare il lavoro agile nelle grandi imprese tra cui Monte dei Paschi, Enel ed Eni. Rimane però da sciogliere il nodo dei dipendenti “fragili”
Oggi è l’ultimo giorno in cui vige lo stato d’emergenza proclamato per contrastare la pandemia di Covid-19. Lo smart working potrà finalmente decollare in modo appropriato, non più solo come presidio di contrasto alla pandemia. Anche se proprio il coronavirus è stato il pretesto per la sperimentazione di massa di uno strumento previsto sin dal 2017, ma largamente sottoutilizzato. In questa fase aziende e sindacati stanno rivedendo gli accordi per regolamentare in modo migliore il ritorno alla normalità, oppure ne stanno mettendo a punto di nuovi. La tendenza largamente condivisa è quella di stipulare accordi aziendali di secondo livello con un contingente di almeno 10 giorni di lavoro al mese potenzialmente riservati al lavoro in remoto (smart working vero e proprio o telelavoro), a seconda delle esigenze aziendali.
Oggi lo smart working è visto come una sorta di welfare, un modo per riprendersi un po’ di spazio e di flessibilità. Sul piano normativo, rimangono ancora incertezze interpretative rispetto ai lavoratori fragili. Che con la cessazione dello stato di emergenza, potrebbero in teoria essere richiamati a operare in presenza nonostante sia ancora piuttosto elevato il rischio di contrarre il virus. Peraltro, molte misure di prevenzione, come l’obbligo di mascherina in luoghi chiusi, sono state prorogate fino al 30 aprile. La fine dell’emergenza, in questo senso, non comporta automaticamente il ripristino del regime ordinario del lavoro agile, ma la possibilità di prorogare lo smart working unilaterale, tipico dello stato di necessità, fino al 30 giugno.
«A partire dal primo aprile – spiega Massimo Braccini, segretario della Fiom Cgil Toscana – c’è la possibilità di tornare alla normalità, regolando il lavoro agile con accordi aziendali. In questo caso, purtroppo, c’è un problema interpretativo sulle tutele dei lavoratori fragili, ad esempio gli immunodepressi, che se fossero richiamati a lavorare in presenza rischierebbero molto più di altri rispetto al potenziale contagio. Un problema che va gestito contrattualmente e rispetto al quale il governo deve garantire le risorse adeguate».
«L’ultimo decreto legge – spiega il professor Pasqualino Albi, giuslavorista dell’università di Pisa e consulente del ministero del lavoro – è piuttosto elastico e offre la possibilità di utilizzare la modalità semplificata emergenziale fino al 30 giugno, oppure procedere per accordi individuali o sindacali. L’obiettivo è gestire in modo razionale l’uscita graduale dalla fase di emergenza, processo che si concluderà in un paio di mesi. Il protocollo di intesa del 7 dicembre scorso, inoltre, anche se non è vincolante, dà un ruolo propositivo al sindacato nel rapporto con le aziende per arrivare ad accordi collettivi. Ovviando alla mancata previsione di obblighi da parte della legge 81/2017 per il contratto collettivo nazionale».
Fra le categorie più abituate al lavoro in remoto, c’e senza dubbio quella dei bancari, il loro contratto collettivo nazionale di lavoro, infatti, prevedeva il lavoro agile sin dal 2019. «Già prima dell’insorgere della pandemia – spiega Alessandro Lotti, segretario provinciale della Fisac Cgil di Siena – il nostro contratto prevedeva un massimo di 10 giorni al mese di smart working, con accordi individuali con i singoli istituti di credito a livello nazionale. Ora stiamo lavorando sul passaggio dalla fase emergenziale a quella ordinaria, dopo che, ad esempio al Monte dei Paschi, tutto il personale della direzione generale ha lavorato in smart working per un anno e mezzo. Gli indirizzi che ci siamo dati sono quelli di garantire lo smart working alla più vasta platea di lavoratori possibile tenendo fermo il limite dei due giorni a settimana, e mantenendo la possibilità di fare aggiornamento professionale in remoto. Riteniamo infatti che lavorare in presenza continui ad essere una buona pratica».
In provincia di Livorno sono diverse le aziende interessate al passaggio dal regime dell’emergenza sanitaria a quello ordinario. «Le varie rappresentanze sindacali unitarie aziendali – spiega Stefano Santini, membro della segreteria provinciale della Filctem Cgil – stanno trattando per chiudere accordi sindacali che prevedano un utilizzo regolamentato del lavoro in remoto. I temi della trattativa sono quelli del diritto alla disconnessione, i mezzi tecnici utilizzati per lavorare, il riconoscimento di pausa pranzo e buoni pasto, il rispetto dell’orario di lavoro e molto altro. Quello che ci preme è che l’accesso al lavoro agile sia garantito a tutti in maniera non discriminatoria. Nel livornese le multinazionali come Eni, Enel, Ineos e Trelleborg stanno concludendo le trattative e sono prossime all’accordo».
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