Il Tirreno

Toscana

«Sulle nostre tavole torneranno soia e palma»

Irene Arquint
Silvio e Andrea Borgioli
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Silvio e Andrea Borgioli

La toscana Italcol è una delle (poche) aziende italiane che produce oli di semi «Ne avremo il 20% del fabbisogno: cambieranno i consumi, senza traumi»

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Trattando materie prime nazionali non dipendono dalle oscillazioni dei mercati esteri. Così come da quelle dei rincari energetici, dato che autoproducono energia termica attraverso l’impiego delle biomasse di scarto proprie. Tale flessibilità consente loro di seguire gli andamenti del mondo agricolo. Lo slogan della Italcol (Italiana Alcool e Olii) di Castelfiorentino è «trasformiamo i semi del territorio», che significa 12mila tonnellate di olio di girasole (il 50% della produzione), 6mila di colza, 5mila da vinacciolo per un totale di 26mila tonnellate di olio l’anno, con un fatturato che varia dai 35 ai 40 milioni di euro. L’azienda amministrata da Andrea Borgioli insieme al cugino Silvio Borgioli (presidente) , trasforma dalle 100mila alle 120mila tonnellate l’anno di materie prime provenienti in prevalenza (70%) dal centro Italia: di cui circa il 20% da Toscana (province di Pisa e Valdichiana), il 35% da Umbria e Marche. Nasce occupandosi in via esclusiva di girasoli alla fine degli anni Ottanta, in un momento in cui se ne coltivava moltissimi. Finché, venendo meno le sovvenzioni a tale coltura, la Italcol ha avviato altre tre lavorazioni: sansa vergine di olive, semi di colza e di uva. All’inizio dell’avventura trattavano 60mila tonnellate di semi di girasole all’anno, ma a causa delle politiche agricole i quantitativi si sono dimezzati. « In centro Italia o si sceglie di coltivare girasole oppure mais, e lo si fa valutando fra costo di investimento e resa – spiega Andrea Borgioli – Il mais richiede un investimento maggiore per quantità di fertilizzanti e lavorazione superiore all’altra coltura. Per cui immagino che per la stagione a venire ci sarà un aumento delle semine del girasole ma non in modo esplosivo. L’anno scorso a livello nazionale sono state prodotte 250mila tonnellate di semi di girasole, che dovrebbero corrispondere a circa 100mila tonnellate di olio prodotto. Il consumo nazionale di olio di girasole oscilla tra 550mila e 600mila tonnellate l’anno. La differenza per l’80% deriva da olio o seme di girasole ucraino, il resto da Ungheria, Romania e Bulgaria».

Quest’anno l’impossibilità di importare verrà colmata da altri prodotti come l’olio di palma e di soia. Come prima della caduta del muro di Berlino e del conseguente smembramento dell’Unione Sovietica. «Adesso siamo un po’ disorientati e ciò genera balzelli di prezzo, ma non sta accadendo niente di drammatico. Entro un anno si ridimensionerà tutto – aggiunge Andrea Borgioli – La produzione nazionale può coprire al massimo il 20% dei consumi, che cambieranno, senza traumi. Arrivando a basso costo dall’est, l’olio di girasole era competitivo. Non crediamo che la crisi ucraina modifichi più di tanto il nostro assetto, mentre probabilmente comporterà qualche cambiamento in raffinerie monoprodotto». Essendoci però meno disponibilità sul mercato, i prezzi subiranno delle modifiche. Anche se è difficile fare previsioni dato che il girasole da raccogliere a settembre va ancora seminato. «Mancherà la materia da trasformare almeno per una stagione, per cui saliranno i prezzi di quella italiana che potrei ipotizzare non costerà meno di 600 euro la tonnellata contro i 480 euro a tonnellata della scorsa campagna – tenta una previsione Borgioli – Di certo cambieranno i consumi, al girasole si sostituirà altro, a partire dall’olio d’oliva. Ci sarà un livellamento fra oli fungibili e una diversificazione di approvvigionamento, riattivando linee commerciali con il nord America, l’Argentina, l’Uruguy».



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