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Aziende nel baratro: raccolti tagliati e meno cibo per gli animali

Irene Arquint
Aziende nel baratro: raccolti tagliati e meno cibo per gli animali

Caro energia, siccità e costi delle materie prime in aumento. L'allarme del mondo agricolo: "Serve un piano europeo"

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Una serie di concause ha generato una tendenza al rincaro dei prezzi dei prodotti agricoli e agroalimentari mondiali avviata a maggio di due anni fa, proseguita costantemente fino all’attuale +54%. Con un incremento, negli ultimi sette mesi pre crisi ucraina, dei prezzi di oli vegetali (+30% circa), prodotti lattiero caseari (+20%) e cereali (circa +15%). Ciò ha generato disorientamento sui mercati. Nello specifico oggi sono tre gli elementi su cui ragionare: i postumi della pandemia, il conflitto bellico, le problematiche ambientali (nello specifico la scarsità di piogge) che ricadono sulle campagne.

La pandemia è stata l’imputata numero uno, generando inflazione a causa dello scarto fra domanda ed offerta dovuto soprattutto alla corsa al reperimento delle materie prime in un momento in cui le produzioni ripartivano. Dopodiché il conflitto ucraino/russo che si è portato dietro penuria di alcuni beni e l’ulteriore rincaro delle fonti energetiche. Non ultimo il clima, con un crescente bisogno che si metta a piovere, se vorremo aiutare la campagna. Frullando il tutto e condendolo con l’incremento di richiesta di mais e cerali da parte della Cina, nonché con il rincaro della cellulosa destinata agli imballaggi, si è generato un bel valzer di interrogativi sul futuro. Non ultima la corsa agli acquisti in alcune aree italiane. «Per motivi meramente psicologici appena è scoppiato il conflitto fra Ucraina e Russia nei supermercati abbiamo registrato una sorta di psicosi d’accaparramento» denuncia Marco Antonio Brambilla, direttore operativo di Conad Nord Ovest, con sotto mano l’andamento dei punti vendita di Toscana ma anche Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Lazio, Sardegna, Liguria e Valle d’Aosta. «Sindromi ingiustificate che hanno visto quadruplicare le vendite di farina, zucchero, olio e pasta, i tipici consumi da guerra – spiega Brambilla – ma gli scaffali sono stati prontamente riempiti perché i magazzini sono ben forniti». È vero però che importiamo dal mondo 551milioni di euro di olio di semi di girasole, solo l’Ucraina ne fornisce 240milioni di euro, il 40% del mercato.

«Sì però un’eventuale sofferenza coinvolgerebbe non tanto il settore domestico quanto l’industria conserviera e dei prodotti da forno – prosegue il direttore operativo di Conad Nord Ovest - Ma il problema non sussiste perché stanno già riconvertendo le produzioni con altri tipi di oli di semi vari, palma, soia, colza. Idem per l’approvvigionamento di grano tenero e duro per cui possiamo essere autosufficienti».

E allora cosa ha generato i rincari che portano il consumatore ad alimentare i timori? «Sicuramente l’innalzamento dei costi energetici. Pre guerra già avevamo registrato spinte inflazionistiche su energia e gas che impattano sul costo del carburante per il trasporto italiano e per la movimentazione internazionale aumentato fino al 40%» aggiunge Silvio Stivanin, responsabile per Unicoop Tirreno degli acquisti di ortofrutta, carne e pesce, un comparto strategico, il cuore dell’agroalimentare. «Ad esempio, se prima il costo all’acquisto del gambero argentino congelato era circa 8 euro al chilo, oggi è salito a 11, che per il consumatore si traduce in un prezzo da 14 a 19 euro al kg. Al rincaro del carburante si aggiunge la minore reperibilità dei concimi per i quali dipendiamo molto dalla Russia». Rincari attualmente assorbiti almeno per metà dalla grande distribuzione, a volte anche di più come ad esempio per la carne rossa su cui pesano ancora maggiormente imballo e trasporto. La strategia è cercare di mantenere il potere d’acquisto dei consumatori – fanno coro unanime le principali catene di supermercati, inclusa Esselunga – Puntando su filiera, marca, linee trasversali a prezzi più accessibili perché magari non riconducibili a razze costose nell’allevamento o perché calibri meno perfetti alla vista fra i vegetali, ma buoni e magari in confezioni da più pezzi. Senza dimenticare la tutela dei localismi. E qui si innestano tutte le criticità in cui versa la campagna italiana, dovute a scelte che nel tempo hanno privilegiato i comparti industriale e terziario. Scelte dettate da anni di ottimismo economico, generando una visione da bicchiere mezzo vuoto da parte dei coltivatori, in crisi perché da troppo tempo considerati figli di un dio minore e oggi strozzati dal caro carburante, dalla dipendenza dall’est sui fertilizzanti e dalla non meno preoccupante carenza di piogge. «I rapporti commerciali con Russia e Ucraina si basano su grano tenero, mais e girasole. A livello mondiale si producono 749 milioni di tonnellate di grano tenero, a cui l’Unione Europea contribuisce con 130 milioni, la Russia 75 e l’Ucraina 32, infine gli Stati Uniti 43 milioni – commenta Paolo Rossi, direttore di Confagricoltura Grosseto, Livorno, Pisa - Il primo punto da evidenziare è che Russia e Ucraina insieme coltivano quasi la stessa quantità dell’Unione Europea. Sul mais invece siamo ancora più condizionati, il primo stato da cui importiamo è l’Ungheria che da alcuni giorni sta attuando restrizioni all’export, il secondo l’Ucraina. Insieme rappresentano il 45% di tali importazioni. Ciò mette in crisi il sistema allevatoriale perché il mais serve per fare i mangimi da cui derivano latte e carne in genere. Autoprodurlo? E qui torna in gioco la Russia, produttrice del 15% dei fertilizzanti mondiali, rincarati negli ultimi due anni mediamente del 140%».

Statistiche Ismea a gennaio 2022 avevano registrato rincari annui del 16% sui mangimi e del 24 sui foraggi, del 17% sull’energia elettrica, del 27% sui carburanti e di oltre il 30% sui concimi. Elementi impattanti negativamente nel fluire della vita contadina. «Dall’inizio del conflitto si è registrato un balzo medio dei costi di almeno un terzo. Per cui è importante adottare misure che invertano la rotta che vede un’azienda agricola su tre costretta a tagliare i raccolti o a razionare il cibo a mucche, asini e polli con la prospettiva di chiusura – spiega Fabrizio Filippi, presidente Coldiretti Toscana – Qualche risultato è già stato ottenuto, penso al decreto Salva Filiere, alla legge contro le pratiche sleali e all’agrisolare, per riprogrammare un futuro più equo nella distribuzione del valore lungo la filiera e sostenibile con la produzione di energia pulita. Le recenti misure varate il 18 marzo dal Consiglio dei Ministri, servono a garantire la sopravvivenza delle aziende con la liquidità, la riduzione dei costi energetici ma anche con aiuti diretti a chi è più in sofferenza, senza dimenticare la necessità di affrontare le difficoltà determinante dalla carenza del 40% dei fertilizzanti necessari per garantire la produttività dei terreni». Misure che non bastano, perché la crisi che dall’est si affaccia sull’Europa sta impattando maggiormente sui costi riversati sulla campagna dalla pandemia tanto da mettere a rischio 5.000 aziende solo in Toscana. «Serve un piano di emergenza europeo, concedere i vantaggi previsti per le imprese energivore, incentivi, moratorie sui mutui, la sospensione dell’attuale procedura di riforma della pac (politica agricola comune, ndr) volta ad un’agricoltura sostenibile – incalzano da Confagricoltura - investire nelle rinnovabili puntando al massimo su impianti di biogas e fotovoltaico». Nel frattempo è arrivato il via libera europeo a 60mila ettari di terreni toscani fino ad ora vincolati a maggese, in modo da rendere Italia ed Europa più autosufficienti.
 

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