Italia
Da Kiev e Leopoli: le preghiere dei profughi in fuga dalle bombe su un treno a 70 all'ora
Un viaggio verso la speranza, verso l'ignoto, lontano dalla guerra c’è chi recita versetti del Corano e chi sgrana il Rosario. In comune hanno gli addii
LEOPOLI. Una donna entra dentro il vagone correndo. Non ha sentito il capotreno annunciare che il convoglio non partirà più adesso, ma tra due ore. In una mano un sacchetto di plastica con un libro per bambini, una coperta di lana, degli snack.
Forse anche dei vestiti, ma pochi. Nell’altra tiene il figlio. Avrà nove, dieci anni. Si chiama Oleksiy. Non Olexi. Olek-si-y. Il suo nome deve ripeterlo sei volte. Lei si siede senza togliersi il cappotto. Ha il respiro affannoso e le palpebre rosse, come un ombretto del pianto versato. Sono scappati dalla pioggia di bombe di Chernihiv con solo quel sacchetto di plastica, ma almeno sono riusciti a raggiungere la stazione di Kiev e a trovare due posti in questo treno diretto a Leopoli, solitamente pieno all’inverosimile, oggi no, ma solo perché da giorni il flusso dei profughi dai villaggi verso la capitale si è notevolmente ridotto.
Le squilla il telefono. Deve essere il figlio maggiore che è rimasto a combattere. Risponde nascondendo il viso dietro una mano e lì sotto scoppia a piangere. Oleksiy la sente, si gira, la abbraccia. “Net, mama. Net, mama”, le dice. È in russo ma è facile capirlo. Come è facile capire il motivo del pianto, anche se non riescono a spiegarlo in inglese. Buona parte della loro città è stata rasa al suolo dai missili e presto le truppe russe potrebbero accerchiare Kiev tagliando le vie di fuga dall’est all’ovest. La probabilità di rivedere i familiari vivi non è alta.
Sul treno sale un’altra donna. Sembra nel panico, come se si fosse persa. Con sé ha solo il suo cane: un vecchio Prager Rattler tremante e pieno di forfora dalla paura. Vive a Kiev e ha passato la notte ad ascoltare le bombe. Si siede ma le manca il respiro. La mamma di Oleksiy alza la testa e mette in secondo piano il suo dolore. Le porge dell’acqua, le rivolge parole che suonano dolci, anche se non se ne comprende il significato. Sembra funzionare. Dopo qualche minuto di chiacchiere, si rilassano entrambe.
A quel punto entra una famiglia intera: un uomo, una donna e tre ragazze, probabilmente le figlie. Il padre carica le valige, poi bacia la moglie e abbraccia le altre, tutte insieme, e scoppia a piangere. Dice loro qualcosa, dà una carezza alla più piccola e scende dal treno. Non può partire con loro – gli uomini tra i 18 e i 60 anni non possono lasciare il Paese – ma può metterle in salvo.
Le porte si chiudono e il treno parte. Non sono le 15 come annunciato, ma le due del pomeriggio di sabato. Dall’inizio della guerra gli orari delle corse sono del tutto indicativi, come la durata del viaggio. Questo – 540 chilometri di distanza – durerà circa 12 ore. I convogli, per sicurezza, non possono superare i 70 chilometri orari, ma per gli ucraini in fuga non è certo questo il maggior disagio. E sono tutti in fuga in questo vecchio treno, eccetto qualche giornalista straniero. Non sanno ancora che tra qualche ora anche Leopoli verrà attaccata dai missili russi.
Qui accanto c’è anche famiglia di tatari che ancora non si era fatta notare: marito, moglie e due figli. Sono musulmani sunniti scappati forse dalla Crimea. Non parlano molto, in compenso lui non perde una preghiera. Seduto al suo posto, a volte si gira leggermente verso destra, altre verso sinistra, si porta le mani al capo e recita sottovoce il suo versetto. E non importa se dietro di lui un altro uomo nel frattempo sta sgranando un rosario. In questo treno le differenze si annullano nella disperazione comune.
Durante il viaggio, lui, l’uomo tataro dalle poche parole, sente una fitta al petto. Si slaccia la giacca, la moglie inizia ad agitarsi. La mamma di Oleksiy se ne accorge subito. Nel suo sacchetto di plastica ha anche un misuratore di pressione. E non è infermiera: soffre di pressione alta, spiegherà dopo. Lo controlla: tutto ok, solo stress. Lui le rivolge anche un sorriso.
Il cibo e l’acqua non mancano mai. Vengono caricati sul treno alle stazioni e poi condivisi in ciascun vagone, anche mangiando dallo stesso piatto tra perfetti sconosciuti. La guerra qui ha cancellato tutti i gruppi sociali, creandone due nuovi: chi la fa e chi la subisce. Il treno arriverà a Leopoli alle due di notte. Il coprifuoco è già iniziato e tra poco pioveranno nuove bombe.
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