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Julia, da modella a profuga: «Ho rischiato di morire schiacciata dalle persone in fuga. Il mio viaggio del terrore»
Julia Gershun, 25 anni, è solo una delle migliaia di ucraine scappate dalle bombe di Kiev su un treno superaffollato, in un viaggio di 14 ore su un trolley
LEOPOLI. Quando entra nella stanza, sembra stia guardando il vuoto. Ha un cappotto militare di diverse taglie più grandi della sua. I capelli lunghi e castani, sempre perfettamente fonati, sono in disordine. Il trucco quasi non c’è più. Abbozza un saluto stanco: «Nice to meet you, Julia». «Piacere di conoscerti, Julia». Niente di più. Si siede accanto al camino spento e inizia a scorrere sul telefono i video e le foto della città che ha appena lasciato. Non ha più quel sorriso e la grinta dell’ammaliante e spigliata conduttrice televisiva, Miss Universo nel 2018 e Top model del mondo nel 2017. Adesso Julia Gershun, 25 anni, è solo una delle migliaia di ucraine scappate dalle bombe di Kiev su un treno superaffollato, in un viaggio di 14 ore su un trolley.
È appena arrivata a Leopoli e verrà ospitata in questa casa alla periferia della città, dove siamo anche noi. È del battaglione Quasar, un gruppo di volontari ucraini, alcuni dei quali tornati dall’Italia, che si sono messi a disposizione della città per aiutare nello stato di emergenza. Ci vorranno ore prima che Julia riesca a parlare. Inizia a farlo davanti a un sacchetto di albicocche secche e a una mega teiera che continua a versare. «Pensavo di morirci su quel treno», racconta. Ha gli occhi gonfi: non dorme da 48 ore. «Non avrei voluto lasciare la città e il mio lavoro, ma era troppo pericoloso. Avevo paura. Ma se è stato abbastanza facile decidere di lasciare la città non lo è stato altrettanto farlo. Di autisti disposti a rischiare, non ne ce n’erano. I mezzi pubblici erano pieni». Riprende il telefono in mano per controllare gli ultimi aggiornamenti. Ormai, qui, è un gesto compulsivo. «Non si può prenotare un posto e tantomeno sperare di trovarlo andando semplicemente alla stazione – riprende -. Io sono andata alla stazione otto ore prima. Il treno partiva alle otto di mattina: ero lì a mezzanotte». Ha passato la notte lì, alla stazione, nella calca e al freddo.
«Pensavo davvero di morirci – ripete -. Eravamo tutti schiacciati uno contro l’altro. Quando è arrivato il treno, la gente ha iniziato a spingere. C’erano anche bambini in mezzo che piangevano». Quando lei è riuscita ad arrivare davanti alla carrozza, la porta si è chiusa. «La gente ha iniziato a battere i pugni. Io stavo per piangere. Ero convinta che ormai non lo avrei preso e avrei dovuto aspettare chissà quanto». Fa una pausa lunga.«Alla fine si sono aperte le porte, un uomo mi mi ha fatta salire al volo. E sono rimasta 14 ore, seduta sulla valigia. Non potevo fare niente. Una tortura, davvero». La teiera è finita ed è notte, ma lei non vuole andare a letto. «Sul treno, pensavo che una volta arrivata avrei dormito 20 ore di fila, ma non riesco».
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