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L’ex bambina di Chernobyl fugge di nuovo e arriva a Pontedera: la telefonata della disperazione e il viaggio infinito
È arrivata in Toscana con madre e figli: «Mi sento a casa». A salvarla la famiglia che l’aveva ospitata dal 1993 al 2002
PONTEDERA. Non aveva neppure dieci anni quando arrivò a Pontedera, ospite di una famiglia che abita nel quartiere dei Villaggi. Non aveva mai visto il mare, viveva a Kiev. Alina Biatets era una dei tanti bambini accolti nel 1993, dopo il disastro di Chernobyl. Oggi come allora per Alina, ormai quasi quarantenne, si sono spalancate le porte della città della Vespa.
Stavolta, insieme ai suoi due figli, alla cognata, ai nipoti e alla mamma è in fuga dalla guerra. Scappa dalle bombe che deflagrano, dagli spari, dall’esercito russo. È arrivata nel pomeriggio di sabato 5 marzo dopo un viaggio in auto durato un paio di giorni, ospite in un appartamento messo a disposizione dalla Misericordia. «Se fossi rimasta in Ucraina non so che futuro avrei avuto. Mi sento a casa. Non mi aspettavo tutto questo calore e un posto così bello», dice Alina fra le lacrime. In un vortice di abbracci e ricongiungimenti. Ad aspettarla ci sono i suoi secondi genitori, quelli italiani che periodicamente fino al 2002, andavano a prenderla in aeroporto e gli offrivano una quotidianità diversa, fatta di giochi, estati e vacanze natalizie. Tanto che il legame, nel tempo e nonostante la distanza, si è consolidato. Gli oltre duemila chilometri che li separavano, esistevano solo sulla carta geografica, non nei loro cuori.
Alina tornava spesso a trovare i coniugi Mazzurco. Li aggiornava sui traguardi della sua vita: il matrimonio, la nascita dei figli, i sogni e le speranze. Fino al momento dello scoppio del conflitto. All’inizio, mentre le prime granate rimbombavano nel cielo di Kiev, Alina e i suoi si sono rifugiati in una sorta di scantinato. Ma le condizioni igieniche di quel luogo non erano affatto rassicuranti. C’erano freddo e cattivo odore. Pochissima luce e un tetto di cemento armato. Per scaldarsi avevano una piccola stufa a legna. Fuori scattavano allarmi. Si sentivano sirene e spari. Intere giornate sottoterra per salvarsi dall’orrore e dalla morte. Così Alina ha raccontato la paura, la sofferenza, le preoccupazioni per i suoi bimbi.
A scatenare la valanga di aiuti è stata sufficiente una telefonata. E il motore dell’accoglienza ha ripreso a rombare. La coppia pontederese ha avvisato l’amministrazione comunale che ha attivato una catena di solidarietà, un tessuto di relazioni umane costruito sulla generosità delle tante persone coinvolte e soprattutto della Misericordia. «Come associazione – spiega il governatore Matteo Leggerini – avevamo dato la nostra disponibilità per ospitare i profughi che sarebbero arrivati. Sopra la sede ci sono dei locali liberi. Tre anni fa erano abitati dalle suore ma adesso sono vuoti».
I volontari si sono messi subito all’opera. Hanno pulito e sanificato le stanze, recuperato un frigo, comprato letti a castello e fatto la spesa. Tutto pronto per l’arrivo dei sette ucraini. «Eravamo in pensiero perché il loro viaggio non finiva più. Un’odissea. Ma ora che sono qui, nonostante il ritardo sulla tabella di marcia prevista, siamo felicissimi che stiano bene. Sono stanchi ma si riprenderanno», dicono dall’associazione mentre assistono commossi al riavvicinamento delle due famiglie. Al ritorno della ex bambina di Chernobyl che, esattamente come 30 anni fa, si è sentita avvolta da amore e attenzione.
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