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Guerra in Ucraina, bambine profughe arrivate a Massa: «Mamma quando torniamo?» - Video

Melania Carnevali
Lena e Maria Yuzik e Olena Romanenko
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Lena e Maria Yuzik e Olena Romanenko

Le piccole sono chiuse in camera sotto choc, una madre: «È un dolore non sapere cosa rispondere, nessuno lo sa»

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Le bimbe piccole sono al piano di sopra. Chiuse in camera, non vogliono vedere i giornalisti né tantomeno parlare. Vogliono solo tornare a casa e lo chiedono continuamente alle mamme. Quando torniamo a casa? «Mi si ferma il cuore ogni volta che me lo chiede. L’unica risposta che posso darle è: non lo so». E non lo sa veramente Olena Romanenko, 49 anni, ucraina di Kiev, scappata con la figlia di dieci anni appena iniziati i bombardamenti. Il figlio maggiore, di 27, le ha accompagnate alla frontiera polacca, le ha abbracciate, baciate, ha detto loro che tutto andrà bene, e, fascia gialla sul braccio sinistro, è tornato al fronte.

Per la legge introdotta in Ucraina dopo l’invasione russa, gli uomini tra i 18 e i 60 anni non possono lasciare il Paese. Devono aiutarlo, in qualche modo. Con le armi, la medicina, le mani o la diplomazia. «Lui ha scelto di combattere. Lo sente come un dovere morale», racconta a Il Tirreno Olena Romanenko, da un appartamento poco fuori il centro storico di Massa dove da sabato scorso è ospite di un imprenditore italiano, Alessandro Mauri, sposato con una regista ucraina, Lena Yuzik, anche lei scappata da Kiev. «Quando hanno iniziato a circolare le notizie di un possibile attacco russo, mio marito insisteva dicendomi “Ti compro un biglietto e venite giù”. Ma io non ci credevo, nessuno ci credeva. Non pensavamo fosse possibile che la Russia bombardasse un Paese europeo, come in Siria», racconta Lena così rapidamente che è quasi difficile prendere appunti. Ha cose da dire e le vuole tirare fuori tutte. «Poi però – continua – la situazione peggiorava di giorno in giorno e mi sono detta: ok, ora è meglio andare».

È il 13 febbraio. Dieci giorni prima dell’attacco russo. Compra un biglietto aereo per sé e la piccola e chiede alla figlia maggiore, di 19 anni, Maria, di partire. «Lei mi ha risposto che aveva cose da fare per l’università e che non poteva partire subito». Maria, nel frattempo, chiede all’università di fare corsi online ma non glielo concedono. «Le hanno detto che nessuno credeva in un attacco». Alla fine partirà comunque per l’Italia il 18 febbraio, cinque giorni prima dell’invasione.

Olena, storica amica di Lena, invece rimane in Ucraina. Quello stesso giorno, però, decide di prendere le sue cose e lasciare Kiev. Scappa in un paese al confine polacco, dove vivono alcuni parenti. «Non potevo stare lì a lungo, perché non c’era posto. Così dopo qualche giorno ho iniziato a pensare di tornare a Kiev». È il 23 febbraio. Olena scrive a Lena dicendole che sarebbe tornata a casa. Lei prova a convincerla a venire in Italia, ma non ce la fa. Quella notte però la Russia invade l’Ucraina. «Abbiamo sentito le sirene antiaeree e visto gli aerei passare sopra le nostre case – racconta Olena –. A quel punto ho scritto a Lena di aiutarmi a venire via».

E ce la fa. Attraversa il confine, compra, non senza fatica, due biglietti per l’autobus e dopo un giorno di viaggio arriva a Massa.

Oggi sono tutte e cinque qui, a oltre duemila chilometri di distanza dalla loro città, dai loro amici e dai parenti, a scorrere minuto per minuto le notizie sui siti locali e sui social, cercando informazioni su persone che non sentono da tempo. «I miei genitori stanno in un villaggio al confine con la Russia e non li sento da due giorni. Non so nemmeno se siano ancora vivi», racconta Olena.

Anche Lena non ha notizie di un’amica. «Abita in una zona vicino all’aeroporto militare e le comunicazioni sono interrotte. Non ho notizie sue da giorni. È tutto estremamente stressante. Per tutti. Le bimbe non dormono più».

Parlano con orgoglio dei figli e degli uomini che hanno deciso di impugnare un’arma e combattere. «Nessuno li ha obbligati. Lo fanno perché vogliono – spiega Lena –. Sai, quando vedi...». Fa una pausa. Gli occhi si riempiono di lacrime, ma non piange: trattiene tutto. «Una mia amica ha un bimbo di due mesi. Ha perso il latte per lo stress e non può nemmeno uscire a comprarlo. Il bimbo non smette di piangere perché ha fame. Ecco, questo è ciò che ti fa diventare aggressivo. Quello che ti porta a dire: ok, ora basta, ora combatto. Perché è la base della vita, se me lo togli combatto per riprendermelo».

Tra i combattenti volontari ci sono anche molti studenti, tra cui compagni di Maria. «Il sentimento che prevale tra i giovani – dice lei – è che va fatto, non ci si può tirare indietro». Si scalda le mani con una tazza di caffellatte calda. «La mia paura più grande adesso è che duri a lungo».
 

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