Sicurezza
«Vado a combattere per il mio Paese»: Denys, da Lucca all'Ucraina per fermare i russi
Il viaggio fino a Leopoli per resistere contro l'esercito di Putin: «Mia madre ha paura. Io ho già fatto la resistenza nel 2014»
LUCCA. Sono le 7 del mattino quando Denys Prokopovych, 31 anni, esce di casa. Lucca, silente e ingarbugliata ancora allo spuntare del sabato, quasi non si accorge di questo ragazzo con indosso giubbotto, cappello di lana, sciarpa e una borsa a tracollo. E in fondo perché dovrebbe? Denys sembra uno dei tanti ragazzi che si affacciano su strada mentre la città si sta risvegliando. Ma così non è. Da lì a pochi minuti di questo sabato 26 febbraio, terzo giorno di conflitto, Denys, originario di Poltava, Ucraina, salirà su un bus che lo riporterà a casa, a Leopoli: «Vado in guerra. È un mio dovere. Combatterò a fianco della mia gente», dice in un italiano fluente. Chiaro. Come chiare sono le sue idee.
«Sono arrivato a Lucca cinque anni fa: splendida città. Ci sto benissimo. Qui c’è la mia famiglia: babbo, mamma, il mio patrigno. Qui avevo trovato lavoro. Ma il mio cuore è là, in Ucraina, dove ci sono mia nonna, mia zia, mia nipote. Gli amici. Come posso restare qui, al sicuro, mentre gli ucraini combattono contro l’invasore russo? Come posso voltarmi da un’altra parte e continuare a vivere le mie giornate senza dare un contributo alla nostra causa? La libertà del popolo ucraino va difesa dal nemico: i russi non sanno cosa significhi vivere in libertà. Noi sì. E non intendiamo tornare indietro negli anni, vedendo così calpestati i nostri diritti: la gente che parla a sproposito di questa guerra non conosce, non sa. Non ha vissuto quello che abbiamo passato tutti noi. Torno a casa e vado al fronte. Perché devo farlo. Perché voglio farlo».
Il bus è in ritardo sulla tabella di marcia: Denys si guarda intorno. «Non so a che ora arriveremo: dipende da quello che troveremo al confine – dice –. È stato tutto organizzato in fretta: la nostra è una comunità molto unita. Ci sono donne e uomini di tutte le età pronti a combattere. Qui da Lucca partiremo in due. Cosa mi hanno detto mamma e babbo? Sono tutti preoccupati. È normale. Mamma ha paura, non vuole che vada. Li capisco, li ho ascoltati, abbiamo parlato, ma sapevano fin dal primo momento che non avrei rinunciato. Quando ho visto in televisione gli interventi di Putin ho capito che ci avrebbero attaccati, che sarebbe stata la guerra. Un’altra volta. E in quell’istante ho deciso di andare. Paura? No, non ne ho. Ho già combattuto».
Denys è impaziente di salire, di prendere contatto con gli altri compagni di viaggio: il bus sta per arrivare. Ma c’è tempo per ricordare come il rumore degli spari è entrato nella sua vita, otto anni fa.
«Era il 2014: alla pari di tanti altri giovani ucraini ho fatto la rivoluzione. Conosco la guerra. Conosco quello che comporta. Certo, non pensavo di dovere ritornare per difendere la mia patria: ma Putin e la Russia hanno deciso di attaccarci. Sarà una guerra fra la libertà, la nostra e la dittatura, la loro. Putin può fare tutta la propaganda che crede: quando sarò al fronte avrò davanti tanti giovani russi. E noi siamo un popolo che combatte. Che non si tira indietro. Io non mi tirerò indietro. Molti, fra la nostra gente, sono già morti, hanno bombardato una casa per bimbi, ma noi resistiamo. Tutto si evolve, ma la situazione è ancora sotto il nostro controllo».
Poi il bus arriva e Denys deve salire. C’è spazio per poche parole, e per tanti silenzi. «Ci scriviamo più tardi», dice.
Quando leggiamo un suo messaggio è già sera: «Da pochi minuti siamo entrati in Ungheria: sul pullman siamo una trentina. Ci sono anche diverse donne. Non so a che ora saremo a Leopoli: è ancora lunga».
E, una volta arrivati, sarà soltanto una tappa per ripartire. «Una volta là – spiega Denys – avrò due opzioni: unirmi, alla pari di tanti altri cittadini, all’esercito oppure raggiungere la mia città, Poltava, distante da Leopoli 900 chilometri e fare parte della brigata militare, sul fronte. Ma arrivare fino là non sarà semplice. Vediamo. Dagli italiani, dalla Nato non mi aspetto alcun intervento diretto: non sarebbe giusto. È una guerra fra noi e loro, fra ucraini e russi. Però aiutateci con le armi, con il supporto logistico, questo sì. Questo vorrà dire non lasciarci soli».
Ancora silenzio. Attese. Il giorno prima di partire Denys, con un sussurro convinto ci aveva detto: «Un giorno, davvero non so quando, tornerò a Lucca. Ci vorrà tempo, ma una volta vinta la guerra, questo è certo: tornerò dai miei cari. Ma adesso è il tempo di stare con la mia gente. E di combattere per la nostra terra».
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